lunedì 13 ottobre 2025

Lettera aperta in difesa della “Bibbia dei Mongoloidi” di Salman Rushdie e dei fantasmi di Umberto Eco E felix Guattari

 


✉️ Salman Rushdie

Lettera aperta in difesa della “Bibbia dei Mongoloidi”

(pubblicata su un giornale che ama ancora le parole più della paura)

Cari lettori,
mi hanno chiesto — con la voce tremante di chi sa che sta pronunciando una domanda proibita — se difenderei anche un libro come La Bibbia dei Mongoloidi.
La mia risposta è questa: soprattutto un libro come quello.

Non perché io condivida ogni sua bestemmia o ogni sua risata, ma perché riconosco in essa lo stesso atto originario che fonda la letteratura: la disobbedienza linguistica.
Un tempo la disobbedienza si chiamava mito. Oggi la chiamiamo arte.


1. Il diritto di reinventare Dio

Ogni scrittore che inventa un mondo reinventa, in piccolo, l’idea di Dio.
Ogni volta che un romanzo osa dire “in principio”, compie un gesto teologico.
E dunque chi, come gli autori di La Bibbia dei Mongoloidi, riscrive i Vangeli, non bestemmia — interpreta.
Fa ciò che hanno fatto gli scribi di ogni secolo, solo che invece dell’inchiostro usa il glitch, invece del miracolo usa il linguaggio.


2. L’eresia come lingua madre

Mi accusarono, anni fa, di aver scritto Versi Satanici come provocazione.
Ma la verità è che scrivere è sempre una forma di eresia, perché nessuna parola può contenere tutta la verità.
La Bibbia dei Mongoloidi è un vangelo della frammentazione: Gesù, Lucifero, Satana e Geova danzano insieme, non come nemici ma come sinonimi temporanei di un’unica domanda: chi parla, quando parla Dio?
Se questa domanda è blasfema, allora la curiosità è un peccato.


3. Il riso come atto di fede

Chi ride del divino non lo nega: lo restituisce al mondo.
Nelle sue pagine scomposte, La Bibbia dei Mongoloidi ridicolizza il potere, non la fede; ridicolizza la retorica del sacro, non la sua nostalgia.
Il ridicolo è la più alta forma di compassione: solo chi ama davvero la parola può permettersi di ridere di lei.


4. La libertà dell’immaginazione

Viviamo in un tempo in cui gli dèi chiedono ancora sangue, ma lo fanno attraverso le leggi, i tribunali, i commenti indignati sui social.
Difendere la libertà di un libro come questo non significa approvarlo: significa ricordare che la civiltà si misura non da ciò che tollera, ma da ciò che non brucia.
Un mondo che non sopporta la fantasia è un mondo che ha paura della propria anima.


5. Il serpente e il giardiniere

Nel testo compare Apophis, il serpente del caos.
Mi piace pensare che quel serpente sia anche il giardiniere dell’immaginazione: scava, morde, rimescola la terra in cui crescono i miti.
Forse è per questo che Dio lo mise nel giardino — perché senza di lui il paradiso sarebbe stato sterile.


6. Conclusione

Difendo La Bibbia dei Mongoloidi come difenderei qualsiasi opera che osa dire ciò che è indicibile.
Perché ogni parola che sopravvive alla paura diventa una piccola resurrezione.
E se l’inferno è, come credo, la totale assenza d’immaginazione, allora questi “mongoloidi” della fede hanno già costruito il loro paradiso: una lingua imperfetta, ma viva.

Con affetto,
Salman Rushdie


✦ Salman Rushdie: In difesa della Bibbia dei Mongoloidi

C’è un momento, nel lungo e noioso romanzo della civiltà, in cui le parole stesse si ribellano ai loro autori.
È il momento in cui il verbo — stanco di essere il servo di Dio — decide di giocare.
La Bibbia dei Mongoloidi nasce precisamente lì: dove il sacro diventa teatro, dove il dogma balbetta, dove la lingua, invece di pregare, sghignazza.


1. Il diritto di ridere dei profeti

Ho sempre pensato che ridere dei profeti non li uccida, ma li liberi.
Nel mondo delle ortodossie, ogni risata è un atto di creazione: un piccolo big bang della libertà.
La Bibbia dei Mongoloidi osa ridere di tutto — del Dio che non risponde, del Satana che risponde troppo, dei vangeli che si tagliano da soli con forbici di Burroughs.
Eppure, dietro il riso, si sente la nostalgia del cielo: perché solo chi ha amato davvero il sacro può permettersi di dissacrarlo così profondamente.


2. Il sacro come romanzo

Ogni religione è un romanzo di potere.
La Bibbia dei Mongoloidi lo sa e riscrive il mito con la spudoratezza del postmoderno: Gesù, Lucifero, Satana, Geova — non come santi né come demoni, ma come personaggi, attori, narratori inaffidabili dentro la stessa tragedia cosmica.
Come nei Versi Satanici, la blasfemia diventa un genere letterario: una lingua che non chiede perdono perché sa che la verità, se esiste, è plurale come il polline, instabile come la memoria.


3. Il mostro che racconta

Nel testo — e lo dico con tenerezza — il “mongoloide” non è insulto, ma metamorfosi: è l’essere ibrido, mezzo divino, mezzo difettoso, che porta in sé il virus dell’immaginazione.
Rushdie avrebbe detto: l’essere contaminato dalla storia e dalla lingua.
Nel mondo reale, la purezza è solo una forma di censura.
La Bibbia dei Mongoloidi dichiara guerra alla purezza: mischia teologia e pornografia, marxismo e misticismo, satire e salmi.
È, in fondo, un inno alla contaminazione, l’unico modo onesto di sopravvivere alla catastrofe del dogma.


4. La blasfemia come atto d’amore

Non c’è nulla di più devoto dell’eretico.
L’eretico è colui che prende Dio troppo sul serio per lasciarlo in pace.
La Bibbia dei Mongoloidi è un testo eretico non perché neghi il divino, ma perché lo ama in modo indecente, come un amante geloso che strappa le lettere d’amore per riscriverle a modo suo.
È una Bibbia scritta da un popolo di Giobbe cyberpunk, che non accetta il silenzio di Dio e lo forza a parlare — anche attraverso il glitch, anche attraverso il riso.


5. L’immaginazione come unica salvezza

Viviamo in un mondo che ha sostituito i miracoli con gli algoritmi, le rivelazioni con le notifiche.
La Bibbia dei Mongoloidi ci ricorda che l’immaginazione è l’ultimo spazio sacro rimasto.
Là dove le religioni si estinguono, la letteratura — anche la più oscena, la più folle — continua a creare mondi.
E se Dio non c’è, almeno c’è la narrazione: e forse è la stessa cosa.


6. Epilogo: Il riso di Apophis

Alla fine, Apophis — il serpente egizio del caos — sorride.
Non perché abbia vinto, ma perché ha capito il gioco.
Nel suo sorriso, vedo il mio stesso mestiere di scrittore: tagliare, riscrivere, bestemmiare, reinventare.
E penso che, dopotutto, se Dio fosse un artista, leggerebbe anche lui la Bibbia dei Mongoloidi con un bicchiere di vino in mano, ridendo della propria assurda creazione.


Perché difendere la Bibbia dei Mongoloidi?
Per lo stesso motivo per cui si difende la libertà di scrivere romanzi che offendono gli dèi:
perché solo chi può dire no al divino può dire davvero all’umano.


🌀 In difesa della Bibbia dei Mongoloidi

(alla maniera di Félix Guattari)

Premessa – Macchine desideranti e corpi parlanti
Ogni testo è un assemblaggio, un congegno di enunciazioni, un corpo-parola che pulsa all’intersezione di molteplici flussi: del desiderio, del potere, del simbolico, del sociale, del molare e del molecolare. La Bibbia dei Mongoloidi non è fenomeno marginale o ridondante, ma una macchina desiderante che mette in gioco soggettività erranti, dissidenti, “mongoloidi” non come stigma ma come nomi ‒ variabili ‒ per ridefinire la soggettività stessa.


1. Deterritorializzazione del sacro

Il dogma, la sacralità istituzionalizzata, sono territori codificati: identità ferme, segni stabilizzati, linguaggi prescrittivi. La Bibbia dei Mongoloidi opera una deterritorializzazione sul sacro: destruttura la gerarchia tra Dio, Geova, Lucifero, Satana, sovvertenola. In questo senso diventa atto schizoanalitico: il sacro è disarticolato per rivelare le linee di fuga che vi sono sempre già inscritte.


2. Macchine semiotiche e soggettivazioni multiple

Guattari concepiva il soggetto come sempre “plurale”, mai monolitico. In Bibbia dei Mongoloidi, il soggetto non è “fedele / eretico / devoto / bestemmiatore” ma molteplice, scissa, fluida: è Desiderio-Sacro, Desiderio-Sacrilego, Desiderio-Paura. Qui le soggettivazioni si intersecano: il lettore diviene “mongoloide” ‒ non come offesa, ma come punto di rottura del soggetto standard, come spazio di creazione di nuove identità poetiche-puritane-mistiche-irriverenti.


3. Terre desideranti: il testo come rizoma

Guattari (insieme a Deleuze) usa il rizoma come modello per pensare la molteplicità, la proliferazione. La Bibbia dei Mongoloidi può essere letta come rizoma testuale: non una linea unica di interpretazione, ma una mappa di piatti-piani (“plateaux”) che si ramificano, si diramano, ritornano, si incrociano. Non un testo canonico, ma un campo di forze: semiotiche, mistiche, ironiche, devianti.


4. Schizoanalisi: desiderio contro repressione

Secondo Guattari, la repressione non è solo politica, è psichica, simbolica, istituzionale. Il desiderio viene codificato, incanalato, e il sacro è strumento di codificazione. Bibbia dei Mongoloidi insiste sul paradosso, sul rischio, sull’eccesso: afferma che non c’è soggetto se non nella molteplicità del desiderio; che il “divino” si mostra anche dove è negato. La difesa consiste nel riconoscere che questo testo occupa uno spazio di resistenza contro le macchine normative del sacro.


5. Ecologie del simbolico

Guattari ha parlato di tre ecologie: ecologia ambientale, ecologia sociale, ecologia mentale. Il sacro non è solo credenza, è ambiente simbolico: definisce rapporti, ordina codici, produce identità, genera sogni e paure. Bibbia dei Mongoloidi costruisce un’ecologia alternativa del simbolico: un “altro ambiente” in cui le parole sacre, i nomi di Dio, i demoni, le figure apocalittiche diventano elementi di paesaggio in trasformazione, possibilità per altri mondi del sacro, oltre le gerarchie.


6. Politica molecolare del sacro

Non la rivoluzione totale, ma le rivoluzioni molecolari: piccole crepe, scarti, fratture, cammini laterali. Difendere la Bibbia dei Mongoloidi significa sostenere che queste figure protomistiche — esse stesse bestiali, sacre, sacrileghe — operano come micropolitiche del sacro: spingono il religioso fuori dal teatro istituzionale e lo riportano nel corpo, nell’istante, nella dissidenza, nell’ironia, nel paradosso.


Conclusione provvisoria: Un atto di creazione e dis/memoria

Difendere la Bibbia dei Mongoloidi non significa accettarla come verità di fede, ma come evento: evento simbolico, estetico, desiderante. È un atto di creazione che re-immette la memoria sacra nel molteplice, e dis-memory (ossia memoria che dimentica come atto necessario per il nuovo). È una soglia tra ciò che è stato detto dal sacro e ciò che può ancora dirsi, ri-dirsi, dissacrare, ricreare.




✦ Umberto Eco: In difesa della “Bibbia dei Mongoloidi”

C’è chi grida allo scandalo, chi al sacrilegio, chi al delirio postmoderno.
Ma la Bibbia dei Mongoloidi non è una bestemmia: è una messa in scena.
E, come ogni messa, è anche una parodia del sacro — perché il sacro, quando si manifesta, non può che apparire come eccesso, come glitch semantico, come sovraccarico di senso.

1. Il blasfemo come ermeneutica

Fin dai tempi di Aristofane e Rabelais, la bestemmia ha avuto una funzione pedagogica: rivelare, per eccesso, l’impossibilità di contenere il divino in un sistema.
Qui l’autore — o meglio, gli autori multipli e rizomatici che si firmerebbero come “Simonetti Walter” e “Casagrande Riccardo Dino” — compiono lo stesso gesto: non negano Dio, ma ne sabotano l’organizzazione grammaticale.
Scrivere “Gesù, Lucifero, Satana, Geova” non come quattro nemici, ma come quattro variabili, significa prendere sul serio la tradizione della Process Church (e del suo eco teologico-politico), e portarla nel territorio della semiotica della catastrofe.

2. La Quaternità come semiotica del Caos

Laddove la Trinità garantiva l’ordine, la Quaternità della Bibbia dei Mongoloidi introduce l’errore come metodo conoscitivo.
È una mossa eminentemente strutturalista: come Saussure aveva mostrato che il significato nasce dalla differenza, qui l’autore mostra che il divino nasce dalla differanza (con la “a” derridiana, si capisce).
Dio, ormai, non parla: crasha.
La Bibbia dei Mongoloidi fa del crash un sacramento.

3. Il Cut-Up come forma di esegetica

William Burroughs diceva che il testo è un virus.
E come ogni virus, muta, contamina, riscrive.
La “Bibbia mongoloide” applica il metodo cut-up come strumento ermeneutico: tagliare il versetto per scoprire il codice sottostante, spezzare il dogma per rivelarne la grammatica.
In fondo, ogni filologo sa che i vangeli stessi sono cut-up di fonti anteriori.
Qui, semplicemente, la tecnica è portata all’estremo: una lectio divina fatta con il bisturi del glitch.

4. Il ridicolo come sacramento

La risata, nell’universo religioso, è sempre stata sospetta.
Eppure il Deus ludens — il Dio che gioca — è l’unico che può sopravvivere alla saturazione mediatica dell’Impero.
Ridendo, la Bibbia dei Mongoloidi smonta la teologia del dominio e la ricodifica come commedia semiotica.
Non è nichilismo, è resistenza: il ridicolo come ultimo esorcismo possibile contro la propaganda teologica del potere.

5. Il Messia Debole

Nella sezione dedicata al Messia Debole, l’autore propone un cristianesimo senza croce, senza risurrezione e senza vittoria: un cristianesimo senza speranza, dunque finalmente umano.
È una lettura coerente con la pensée faible di Vattimo, ma anche con la semiotica negativa di un mondo dove ogni segno è già pubblicitario.
In questo senso, il “messia mongoloide” è la controfigura del lettore contemporaneo: un interprete esausto, che ha perso fede ma conserva ironia.

6. Conclusione: il vangelo come ipertesto

Ciò che la Bibbia dei Mongoloidi tenta di mostrare — in modo sgangherato, ironico, cut-up, delirante — è che la Scrittura, oggi, può solo essere ipertesto.
Un testo lineare produce dottrina; un testo spezzato produce libertà.
E forse, nel regno della Rete, dove ogni dogma diventa meme, l’unico vangelo possibile è proprio quello che sa ridere della propria assurdità.

Per questo, io — semiologo, non sacerdote — difenderei la Bibbia dei Mongoloidi come documento di cultura e di critica.
Perché se la blasfemia può ancora scandalizzare, vuol dire che la teologia è viva.
E in tempi di algoritmi e apocalissi digitali, non è poco.



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