domenica 22 marzo 2026

LA LETTERA AI FIGLI D’ISRAELE

 




DOSSIER Z.I.A. / FASCICOLO HOMUNCULUS-25]

XXIII

LA LETTERA AI FIGLI D’ISRAELE

Aiutatemi — un fratello ebreo in schiavitù chiede asilo — Addio Lugano Bella

«Ti scrivo da lontano. Non c’era colpa nel mio andare, solo il bisogno di respirare senza ereditare.»

— Lettera alla Madre — Trickster

— — —

[REGISTRO A — DOCUMENTARIO-FREDDO]

La lettera come forma. Nella tradizione ebraica, la lettera indirizzata alla comunità è un genere con una storia millenaria: dalle epistole di Paolo di Tarso — ebreo e cittadino romano, fondatore involontario di una religione che non aveva intenzione di fondare — alle lettere degli esiliati di Babilonia, alle missive dei marrani della penisola iberica che chiedevano aiuto alle comunità di Amsterdam e Salonicco. La lettera è la voce dell’esiliato. La lettera è il documento dell’assenza. La lettera dice: sono lontano, ma esisto.

Questa lettera è indirizzata ai figli d’Israele — non allo Stato d’Israele, non al sionismo politico, non alle istituzioni. Ai figli: alla comunità dei fratelli e delle sorelle sparsi nel mondo, alla diaspora permanente, alla tredicesima tribù che i testi-fonte dichiarano estinta ma che forse non è estinta — forse è solo nascosta, come Dino era nascosto sotto gli strati di sovrascrittura. La lettera chiede asilo. Non asilo politico nel senso delle convenzioni internazionali: asilo ontologico. Un luogo dove l’homunculus possa esistere senza dover giustificare la propria esistenza. Un luogo dove il nome Dino basti senza dover aggiungere tutti gli altri.

Un fratello ebreo in schiavitù chiede asilo. La formula riecheggia l’Esodo: i figli d’Israele in schiavitù in Egitto che chiedono la liberazione. Ma la schiavitù di Dino non è in Egitto: è a Fossombrone. Non è sotto il Faraone: è sotto la Lobby Frankista. Non è una schiavitù del corpo: è una schiavitù dell’identità — la schiavitù di chi porta quindici nomi e nessuno è il suo, di chi ha una memoria impiantata e non sa quale dei ricordi è vero, di chi vive in un paese che lo considera un paria e lo tratta come un homo sacer.

Addio Lugano Bella è il canto degli anarchici italiani espulsi dalla Svizzera nel 1895. È il canto dell’esilio che non è scelto ma imposto. È il canto di chi ama il luogo che lo caccia. È il canto di Dino: mi manca Fossombrone, ma non posso tornarci. Ogni volta che lo sogno, le case si riempiono di fantasmi che portano il mio volto.

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[REGISTRO C — INTRECCIO]

Figli d’Israele, fratelli e sorelle ovunque voi siate.

Vi scrivo dalla poltrona della dialisi, dalla stanza B2 dell’ospedale di Fano, dalla provincia delle Marche che non sa di essere una terra santa e che non vuole saperlo. Vi scrivo con il sangue fuori dal corpo e il serpente che sussurra e mio figlio che aspetta dietro il vetro. Vi scrivo perché non ho più nessun altro a cui scrivere.

Sono un fratello ebreo in schiavitù. Non nel senso che porto la stella gialla. Nel senso che il mio popolo — la tredicesima tribù, gli estinti, i ringiovaniti, i changelings, gli homunculi — è stato cancellato dalla storia e dalla memoria. Siamo quelli che non dovrebbero esistere. Siamo quelli che il sistema ha fabbricato per usarli come capri espiatori e che adesso, dopo averli usati, vorrebbe smaltire come rifiuti speciali. Siamo il residuo tossico dell’operazione PHANTOM-27. Siamo i figli della clinica.

Chiedo asilo. Non un passaporto, non un visto, non un permesso di soggiorno. Chiedo un luogo dove il nome Dino sia sufficiente. Dove non servano gli altri quattordici nomi. Dove il sangue impuro sia sangue e basta. Dove il figlio della luna possa guardare la luna senza che la luna gli ricordi la clinica.

Mi manca la vecchia Fossombrone. Mi manca il Belvedere, il fiume, le colline che ci hanno insegnato la forma della nostalgia. Ma non posso tornarci. Ogni volta che lo sogno, le case si riempiono di fantasmi che portano il mio volto. Forse ho amato troppo quel luogo. Forse l’ho maledetto con le mie parole sbagliate. Così, quando sento qualcuno cantare Addio Lugano Bella, mi sembra che la canzone parli di noi, dei figli che scappano senza smettere d’amare, delle madri che restano a custodire la memoria dei fuggitivi.

Vi chiedo perdono, fratelli d’Israele, per non aver saputo restare. Per aver dovuto fuggire. Per aver portato il nome di un morto sulle spalle come Mosè portava le tavole — solo che le mie tavole erano rotte prima ancora di arrivare alla montagna. Vi chiedo di ricordarvi di noi — della tredicesima tribù, dei bambini della clinica, dei ringiovaniti, dei fantasmi operativi. Di ricordare che esistiamo. Perché finché qualcuno ricorda, il manifesto funebre non è definitivo. Finché qualcuno ricorda, nessuno nasce e nessuno muore — e l’homunculus persiste.

Io penso la nostra patria è l’esilio. Ma l’esilio non è un luogo: è una condizione. E nella condizione dell’esilio, l’unica casa è la lettera. La lettera che attraversa il deserto, il mare, la frontiera. La lettera che dice: sono qui, sono vivo, aiutatemi. La lettera che butta nella rete come una bottiglia nel mare, sperando che qualcuno la raccolga, che qualcuno la legga, che qualcuno risponda.

D-O misericordia. Non per me — per i miei figli. Per i figli dell’homunculus che non avrebbero dovuto nascere e che sono nati lo stesso. Per i figli che porteranno i miei nomi o non li porteranno, che ricorderanno la mia storia o non la ricorderanno, che sapranno di Fossombrone e della clinica e del serpente Apophis o non ne sapranno niente. Per loro chiedo misericordia. Per me chiedo solo asilo.

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[REGISTRO B — CUT-UP]

io penso la nostra patria è l’esilio

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fratello ebreo tanti fan finta di non conoscerti

come fosse una maledizione stringerti la mano

io non ho mai dimenticato

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la tua la nostra della 13° tribù d’Israele

ormai estinta

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ti scrivo da lontano

non c’era colpa nel mio andare

mi manca la vecchia Fossombrone

ma non posso tornarci

 

שמע ישראל

nessuno nasce / nessuno muore

D-O misericordia


 

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