O.P.
OPPIO
DEI POPOLI
CHE
FARE?! IL CAPOLAVORO DEL 21 SECOLO
PREFEZIONE I – MINO PECORELLI RISORTO
Hanno
ammazzato Riccardo Casagrande?! Simonetti Walter è vivo!
Non
avrei mai pensato di dover tornare.
Avevo
già dato tutto: le carte, i pizzini, le ombre dietro le ombre.
Mi
avevano sparato, ricorderete, come si spara a una cassaforte che sa troppi
numeri.
Eppure
eccomi qua, richiamato da un odore familiare:
quello
del potere quando fa cadere la penna
e
imbraccia la pistola.
Perché
mi hanno convocato?
Per
scrivere una prefazione a un libro che non dovrebbe esistere.
E
infatti non esiste—come non esistevo più io, fino a ieri.
Ma
il problema non è il libro.
Il
problema è il morto vivo che lo attraversa.
Riccardo
Casagrande.
Lo
hanno dato per spacciato più volte:
—
colpito dagli squadroni della notte,
—
trafitto nei dossier,
—
sepolto nelle versioni ufficiali,
—
classificato come una nota a margine,
un
fastidio da archiviare in una scatola marrone,
insieme
ai reperti dei casi scomodi.
E
invece no.
Il
morto è un altro.
O,
per dirla meglio, il morto non muore mai.
Esiste
una legge non scritta nelle segrete stanze:
chi
è stato designato come capro espiatorio vive più del boia.
Quel
che non hanno capito, però, è che non era solo uno.
Lui
aveva un doppio.
Una
replica.
Una
controfigura seriale:
Simonetti
Walter.
Ufficialmente,
Simonetti è un nome qualunque.
Uno
che passa sotto i radar, un contabile del caos,
un
operaio dell’invisibile.
Ma
chi ha avuto accesso ai fascicoli non bonificati
sa
che la S.O.L.A. esiste
e
che Simonetti Walter è la sua fotocopia ribelle:
la
parte rimossa del Casagrande,
il
residuo che non si lascia estinguere.
Hanno
ucciso l’autore?
Sì.
Ma
hanno lasciato vivo il Clone.
Che
errore da dilettanti.
Nei
miei tempi, i poteri veri non lasciavano niente.
Nemmeno
l’odore.
Oggi
invece vivono nel disordine:
uccidono
la persona e dimenticano il personaggio,
strangolano
la firma e ignorano chi firma col sangue.
Da
morto, vedo meglio dei vivi.
E
vedo questo:
qui
non c’è solo un libro. C’è un dossier operativo.
Una
guida alla disobbedienza,
un
prontuario di sabotaggio,
una
mappa per uscire dalla Forma stessa dello Stato.
Si
domandano: Chi l’ha scritto?
Casagrande?
Simonetti? Il Clone? Il Doppio?
La
risposta è semplice:
chiunque
tenti di uccidere l’autore
finisce
per risvegliare la scrittura.
E
allora eccomi qua: Mino Pecorelli, risorto,
a
firmare la prefazione di un testo che non vuole firme,
a
testimoniare che quando un potere si accanisce contro un uomo
non
sta tentando di salvarsi,
ma
sta già confessando la propria fine.
Ricordatevelo
mentre leggete:
questo
libro non lo state leggendo voi.
È
lui che sta sfogliando voi, pagina per pagina.
Come
facevo io con i dossier dei Ministeri:
cercando
il dettaglio che uccide.
La
domanda non è:
«Che
fare?»
La
domanda è:
«Chi
vuole che voi non facciate niente?»
Quando
lo scoprirete,
sarà
già troppo tardi per loro.
—
Mino Pecorelli
Redazione
clandestina “OP2”
Anno
non classificabile
PREFEZIONE II — MARCO PANNELLA
Il
radicale che rise dell’Organizzazione prima che l’Organizzazione crollasse
(Versione
ampliata, definitiva)
Mi
avete chiamato — ancora una volta —
ma
non per fare l’oratore, il tribuno, il martire laico:
mi
avete chiamato in quanto fantasma politico,
che
è la mia forma più sincera.
Perché
i vivi mentono;
i
morti, invece, finalmente votano secondo coscienza.
Sono
Marco Pannella,
e
parlo da un luogo dove nemmeno le burocrazie europee osano mettere modulistica.
Qui
non c’è sofferenza:
c’è
soltanto una luce un po’ anarchica, borderline,
una
specie di obiezione di coscienza permanente alla morte.
Mi
dite:
“Marco,
prefaziona il Che Fare?!,
il
nuovo vangelo laico, comunista, sabotatore, iperpolitico.”
Io
rispondo:
perché
no?
La
prefazione è una forma di disobbedienza gentile:
leggi
due pagine e ti accorgi che ti stanno fregando.
![]()
Leggo
questo libro,
che
libro non è —
è
più simile a una detonazione,
a
una marcia nonviolenta fatta da chi non intende marciare da nessuna parte —
e
riconosco una vecchia amica:
la
disobbedienza integrale.
Lenin
si domandava che fare.
Io,
che Lenin non l’ho mai votato,
mi
sono sempre chiesto: che disfare?
Perché
la politica, quando funziona troppo bene,
diventa
una religione.
E
io, lo sapete,
le
religioni le ho sempre prese a morsi.
Che
fare, dunque?
Niente.
E
farlo benissimo.
Con
metodo.
Con
disciplina libertaria.
Con
allegra ostinazione.
L’Organizzazione
— questa parola santa per i burocrati e profana per me —
non
crollerà mai per mano dei suoi nemici.
Crollerà
perché non saprà gestire la risata.
Una
risata vera, radicale, anarchica,
una
risata alla Totò, alla Python, alla S.O.L.A.:
di
quelle che spaccano i decreti legge come fossero ostie finte.
E
allora cerco nei meandri di questo testo
la
fiamma che ho amato per tutta la vita:
la
voce di chi dice NO
anche
quando tutti gli dicono di sì;
la
voce di chi vede il re nudo
e
si toglie i pantaloni per solidarietà;
la
voce di chi capisce che la libertà
non
sta nel costruire un mondo nuovo,
ma
nel distruggere il manuale d’uso del vecchio.
![]()
In
queste pagine trovo tre apostati magnifici:
- Sabbatai, che
tradisce la Legge per ricordarci che la Legge tradisce sempre se stessa;
- il Corano
gettato nel calderone rosso della S.O.L.A., dove il male non è colpa né
destino,
ma un muscolo da cui disimparare;
- Totò, primo vero
santo laico della Repubblica,
che ci ha insegnato che la miseria non è un
peccato:
è un sindacato.
E
trovo soprattutto un’idea semplice, disarmante, devastante:
non
si può governare chi ride.
Non
si può possedere chi si sdoppia.
Non
si può uccidere chi è già morto due volte.
Questo
libro ha un solo difetto:
non
conosce padroni.
E
per questo l’Organizzazione lo teme.
Il
potere odia ciò che non può archiviare.
E
allora, da morto che parla ai vivi,
vi
lascio un consiglio suicida:
Rifiutate tutto.
Anche le cose che
amate.
Soprattutto quelle.
Perché
l’amore, senza libertà, diventa proprietà.
E
la libertà, senza conflitto, diventa un museo.
E
a me i musei mi hanno sempre fatto una tristezza infinita:
troppo
ordine, troppo silenzio,
troppa
morte immobile.
![]()
Il
Che Fare?! del XXI secolo non risponde.
E
fa bene.
Non
spiega.
E
fa benissimo.
Non
apre la strada.
E
fa perfettamente:
le
strade, quando diventano evidenti, diventano autostrade per carri armati.
Qui
dentro non troverete risposte, ma fenditure.
Non
troverete programmi, ma fughe.
Non
troverete leader, ma cloni,
doppî,
varianti,
sabotatori
della forma.
E
allora io, Marco Pannella,
dal
mio Parlamento clandestino fatto di polvere stellare e burocrazia celeste,
vi
dico:
Continuate
a disturbare.
Continuate
a digiunare.
Continuate
a rompere i coglioni alla Storia.
È
l’unico modo per restare vivi
quando
anche la vita ha rinunciato a esserlo.
— Marco Pannella
Radicale
perpetuo,
residenza
attuale: Altrove.

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