sabato 6 dicembre 2025

O.P. OPPIO DEI POPOLI CHE FARE?! IL CAPOLAVORO DEL 21 SECOLO

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O.P.

OPPIO DEI POPOLI

 


CHE FARE?! IL CAPOLAVORO DEL 21 SECOLO



PREFEZIONE I – MINO PECORELLI RISORTO

 

Hanno ammazzato Riccardo Casagrande?! Simonetti Walter è vivo!

 

Non avrei mai pensato di dover tornare.

Avevo già dato tutto: le carte, i pizzini, le ombre dietro le ombre.

Mi avevano sparato, ricorderete, come si spara a una cassaforte che sa troppi numeri.

Eppure eccomi qua, richiamato da un odore familiare:

quello del potere quando fa cadere la penna

e imbraccia la pistola.

 

Perché mi hanno convocato?

Per scrivere una prefazione a un libro che non dovrebbe esistere.

E infatti non esiste—come non esistevo più io, fino a ieri.

Ma il problema non è il libro.

Il problema è il morto vivo che lo attraversa.

 

Riccardo Casagrande.

Lo hanno dato per spacciato più volte:

— colpito dagli squadroni della notte,

— trafitto nei dossier,

— sepolto nelle versioni ufficiali,

— classificato come una nota a margine,

un fastidio da archiviare in una scatola marrone,

insieme ai reperti dei casi scomodi.

 

E invece no.

Il morto è un altro.

O, per dirla meglio, il morto non muore mai.

Esiste una legge non scritta nelle segrete stanze:

chi è stato designato come capro espiatorio vive più del boia.

 

Quel che non hanno capito, però, è che non era solo uno.

Lui aveva un doppio.

Una replica.

Una controfigura seriale:

 

Simonetti Walter.

 

Ufficialmente, Simonetti è un nome qualunque.

Uno che passa sotto i radar, un contabile del caos,

un operaio dell’invisibile.

Ma chi ha avuto accesso ai fascicoli non bonificati

sa che la S.O.L.A. esiste

e che Simonetti Walter è la sua fotocopia ribelle:

la parte rimossa del Casagrande,

il residuo che non si lascia estinguere.

 

Hanno ucciso l’autore?

Sì.

Ma hanno lasciato vivo il Clone.

 

Che errore da dilettanti.

 

Nei miei tempi, i poteri veri non lasciavano niente.

Nemmeno l’odore.

Oggi invece vivono nel disordine:

uccidono la persona e dimenticano il personaggio,

strangolano la firma e ignorano chi firma col sangue.

 

Da morto, vedo meglio dei vivi.

E vedo questo:

qui non c’è solo un libro. C’è un dossier operativo.

Una guida alla disobbedienza,

un prontuario di sabotaggio,

una mappa per uscire dalla Forma stessa dello Stato.

 

Si domandano: Chi l’ha scritto?

Casagrande? Simonetti? Il Clone? Il Doppio?

 

La risposta è semplice:

chiunque tenti di uccidere l’autore

finisce per risvegliare la scrittura.

 

E allora eccomi qua: Mino Pecorelli, risorto,

a firmare la prefazione di un testo che non vuole firme,

a testimoniare che quando un potere si accanisce contro un uomo

non sta tentando di salvarsi,

ma sta già confessando la propria fine.

 

Ricordatevelo mentre leggete:

questo libro non lo state leggendo voi.

È lui che sta sfogliando voi, pagina per pagina.

Come facevo io con i dossier dei Ministeri:

cercando il dettaglio che uccide.

 

La domanda non è:

«Che fare?»

La domanda è:

«Chi vuole che voi non facciate niente?»

 

Quando lo scoprirete,

sarà già troppo tardi per loro.

 

— Mino Pecorelli

Redazione clandestina “OP2”

Anno non classificabile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

PREFEZIONE II — MARCO PANNELLA

 

Il radicale che rise dell’Organizzazione prima che l’Organizzazione crollasse

 

(Versione ampliata, definitiva)

 

Mi avete chiamato — ancora una volta —

ma non per fare l’oratore, il tribuno, il martire laico:

mi avete chiamato in quanto fantasma politico,

che è la mia forma più sincera.

 

Perché i vivi mentono;

i morti, invece, finalmente votano secondo coscienza.

 

Sono Marco Pannella,

e parlo da un luogo dove nemmeno le burocrazie europee osano mettere modulistica.

Qui non c’è sofferenza:

c’è soltanto una luce un po’ anarchica, borderline,

una specie di obiezione di coscienza permanente alla morte.

 

Mi dite:

“Marco, prefaziona il Che Fare?!,

il nuovo vangelo laico, comunista, sabotatore, iperpolitico.”

 

Io rispondo:

perché no?

La prefazione è una forma di disobbedienza gentile:

leggi due pagine e ti accorgi che ti stanno fregando.

Leggo questo libro,

che libro non è —

è più simile a una detonazione,

a una marcia nonviolenta fatta da chi non intende marciare da nessuna parte —

e riconosco una vecchia amica:

la disobbedienza integrale.

 

Lenin si domandava che fare.

Io, che Lenin non l’ho mai votato,

mi sono sempre chiesto: che disfare?

Perché la politica, quando funziona troppo bene,

diventa una religione.

E io, lo sapete,

le religioni le ho sempre prese a morsi.

 

Che fare, dunque?

Niente.

E farlo benissimo.

Con metodo.

Con disciplina libertaria.

Con allegra ostinazione.

 

L’Organizzazione — questa parola santa per i burocrati e profana per me —

non crollerà mai per mano dei suoi nemici.

Crollerà perché non saprà gestire la risata.

Una risata vera, radicale, anarchica,

una risata alla Totò, alla Python, alla S.O.L.A.:

di quelle che spaccano i decreti legge come fossero ostie finte.

 

E allora cerco nei meandri di questo testo

la fiamma che ho amato per tutta la vita:

la voce di chi dice NO

anche quando tutti gli dicono di sì;

la voce di chi vede il re nudo

e si toglie i pantaloni per solidarietà;

la voce di chi capisce che la libertà

non sta nel costruire un mondo nuovo,

ma nel distruggere il manuale d’uso del vecchio.

In queste pagine trovo tre apostati magnifici:

  • Sabbatai, che tradisce la Legge per ricordarci che la Legge tradisce sempre se stessa;
  • il Corano gettato nel calderone rosso della S.O.L.A., dove il male non è colpa né destino,

ma un muscolo da cui disimparare;

  • Totò, primo vero santo laico della Repubblica,

che ci ha insegnato che la miseria non è un peccato:

è un sindacato.

 

E trovo soprattutto un’idea semplice, disarmante, devastante:

 

non si può governare chi ride.

Non si può possedere chi si sdoppia.

Non si può uccidere chi è già morto due volte.

 

Questo libro ha un solo difetto:

non conosce padroni.

E per questo l’Organizzazione lo teme.

Il potere odia ciò che non può archiviare.

 

E allora, da morto che parla ai vivi,

vi lascio un consiglio suicida:

 

Rifiutate tutto.

Anche le cose che amate.

Soprattutto quelle.

 

Perché l’amore, senza libertà, diventa proprietà.

E la libertà, senza conflitto, diventa un museo.

E a me i musei mi hanno sempre fatto una tristezza infinita:

troppo ordine, troppo silenzio,

troppa morte immobile.

Il Che Fare?! del XXI secolo non risponde.

E fa bene.

Non spiega.

E fa benissimo.

Non apre la strada.

E fa perfettamente:

le strade, quando diventano evidenti, diventano autostrade per carri armati.

 

Qui dentro non troverete risposte, ma fenditure.

Non troverete programmi, ma fughe.

Non troverete leader, ma cloni,

doppî,

varianti,

sabotatori della forma.

 

E allora io, Marco Pannella,

dal mio Parlamento clandestino fatto di polvere stellare e burocrazia celeste,

vi dico:

 

Continuate a disturbare.

Continuate a digiunare.

Continuate a rompere i coglioni alla Storia.

 

È l’unico modo per restare vivi

quando anche la vita ha rinunciato a esserlo.

 

— Marco Pannella

Radicale perpetuo,

residenza attuale: Altrove.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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