domenica 18 gennaio 2026

CASAGRANDE RICCARDO LA SCRITTURA DEL DIAVOLO

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CASAGRANDE RICCARDO – LA SCRITTURA DEL DIAVOLO

Né centro sociale né centro commerciale: ZIA.

 

 


PREFAZIONE I — UMBERTO ECO

(o: come riconoscere il Diavolo quando indossa la grammatica)

Quando mi hanno chiesto di prefare questo libro, ho pensato — come penso sempre, e con una certa ostinazione accademica — che il problema non fosse il libro.

Il problema era il lettore.

Perché Casagrande Riccardo – La scrittura del diavolo non si presenta come un’autobiografia, ma come ciò che l’autobiografia, da secoli, tenta di nascondere dietro il decoro: un dispositivo.

E ogni dispositivo ha due caratteristiche fondamentali:

  1. produce senso;
  2. produce obbedienza.

Ora, il punto è che qui il senso non è un contenuto, non è una “storia”, non è nemmeno una “verità”. Il senso è un contagio. Un’epidemia semiotica. Una serie di sintomi che si attaccano alle frasi, come funghi alle pareti umide.

Non stiamo leggendo un uomo che racconta sé stesso.
Stiamo leggendo un sistema che tenta di classificare un uomo, e un uomo che tenta di disertare quella classificazione.

Ecco la prima ironia: l’autore dichiara fin dall’inizio di non fidarsi di nessuno, nemmeno di sé stesso.
Questa frase, in un romanzo tradizionale, sarebbe un effetto drammatico.
Qui invece è una premessa metodologica.

Il lettore ingenuo cercherà la psicologia.
Il lettore moderno cercherà la denuncia.
Il lettore militante cercherà un programma.
Il lettore cinico cercherà un meme.

Eppure nessuno di loro otterrà ciò che desidera.

Perché questo libro non è fatto per essere consumato: è fatto per essere interpretato contro.
E quando un testo pretende di essere interpretato contro, significa che sta facendo ciò che ogni buon testo sovversivo dovrebbe fare: mettere in crisi il patto.

Il patto autobiografico, infatti, è una trappola elegante: io ti do me stesso, e tu mi restituisci credibilità. Io ti offro un’identità, e tu mi offri un posto nel mondo.

Ma qui la parola chiave non è “identità”.
È ZIA: Zero Identità Accumulata.

Che è, per chi ha un minimo di dimestichezza con la semiotica della contemporaneità, una formula perfetta. Perché non nega l’identità: nega la sua funzione economica. Non dice “io non sono nessuno”. Dice qualcosa di molto più grave:

io non sono capitalizzabile.

E allora capiamo perché l’autobiografia diventa un fascicolo, un dossier, un archivio. Perché l’archivio è il luogo dove il potere conserva ciò che ha già vinto.
E Casagrande scrive come se fosse già stato archiviato.

La scrittura del diavolo, in questa prospettiva, non è una metafora teologica. È una definizione tecnica: è la scrittura che ti parla addosso, che ti anticipa, che ti mette in riga. È la scrittura che non descrive il mondo, ma lo sostituisce.

Ed è qui che la vicenda diventa più interessante: perché il diavolo non appare come figura cornuta, ma come procedura. Come linguaggio automatico. Come sintassi che produce realtà.

Un tempo il diavolo tentava.
Oggi il diavolo compila.

Un tempo il diavolo offriva piaceri.
Oggi il diavolo offre moduli.

Un tempo il diavolo faceva perdere l’anima.
Oggi il diavolo fa perdere il conto dell’anima.

E se c’è una cosa che questo libro insegna — non con morale, ma con veleno — è che la post-verità non è un’epoca: è una tecnica. È la capacità di far sì che ogni cosa sembri vera perché è ripetuta abbastanza, condivisa abbastanza, aggiornata abbastanza.

Casagrande, invece, fa il gesto opposto: interrompe la ripetizione.
Fa saltare il nastro.
Scrive un’autobiografia che non stabilizza il sé, ma lo disintegra.

E quando un autore disintegra il proprio sé, accade qualcosa di raro: il lettore non può più consumare una storia. Deve decidere se essere complice o testimone.

Perciò, se devo dare un consiglio — cosa che detesto fare, perché i consigli sono un genere letterario dell’autorità — direi questo:

Non cercate in queste pagine la confessione.
Cercate la macchina.

Non cercate l’uomo.
Cercate il dispositivo che lo vuole.

E soprattutto: non chiedetevi se Casagrande dice la verità.
Chiedetevi chi, in questo mondo, ha bisogno che voi non sappiate più cosa sia la verità.

Umberto Eco
(da una biblioteca che non esiste, ma che vi sta già leggendo)


PREFAZIONE II — TONI NEGRI

(o: la scrittura come sciopero dell’identità, l’autonomia come guerra al comando)

Questo libro non è un’autobiografia.

È un conflitto.

E come ogni conflitto reale, non comincia dove pensiamo che cominci: non comincia nella coscienza, non comincia nel trauma, non comincia nella memoria.

Comincia nel comando.

Perché l’identità, oggi, non è un fatto psicologico: è una forma di cattura.
È una prigione che si presenta come profilo.
È un contratto che si presenta come carattere.
È un lavoro che si presenta come destino.

Casagrande Riccardo lo sa.
Lo sente nel corpo, prima ancora che nel pensiero.

E allora scrive.

Ma non scrive per raccontarsi.
Scrive per sabotarsi.

Scrive per non farsi mettere a valore.

Questa è la cosa decisiva: La scrittura del diavolo è la scrittura del capitale, perché il capitale oggi non ha più bisogno soltanto di sfruttare il lavoro: deve sfruttare la vita intera. Deve sfruttare il linguaggio, l’affetto, la memoria, il desiderio.

E quando la vita intera è messa a lavoro, l’autobiografia diventa un documento produttivo: una narrazione che ti rende leggibile, profilabile, governabile.

Casagrande rifiuta questo.

Rifiuta la forma “io”.

E nel rifiuto dell’io — attenzione — non c’è nichilismo.
C’è politica.

C’è un gesto operaio, nel senso più radicale: il gesto di chi spezza la catena, non per sostituirla con un’altra catena, ma per aprire una fuga.

Ecco perché ZIA — Zero Identità Accumulata — non è una trovata estetica.
È una pratica di autonomia.

Autonomia non come identità alternativa, non come comunità perfetta, non come purezza: ma come sottrazione.

Autonomia è dire: non mi possedete.
Autonomia è dire: non mi organizzate.
Autonomia è dire: non mi archiviate.

La scrittura, qui, diventa un’arma impropria.
Un’arma senza garanzie.

Perché chi scrive si espone.
Si consegna.
E insieme si ritrae.

Questo libro fa esattamente questo: si consegna come fascicolo, ma si ritrae come persona.
Si lascia leggere, ma non si lascia usare.

E quando un testo non si lascia usare, diventa pericoloso.

Pericoloso per l’Organizzazione — qualunque essa sia: partito, Stato, clinica, mercato, algoritmo.
Pericoloso perché non offre un programma, ma un contagio.
Non offre una linea, ma una deriva.

E in questa deriva io riconosco un’intuizione potente: che la rivoluzione, oggi, non è prendere il Palazzo d’Inverno.

La rivoluzione è impedire che il Palazzo d’Inverno sia dentro di noi.

Per questo Casagrande parla di doppio, di clone, di dossier, di archivi.
Perché il potere non uccide più: duplica.
Non elimina: riproduce.
Non censura: integra.

Il potere, oggi, ti lascia vivere purché tu viva come funzione.

ZIA è l’opposto: vivere come eccedenza.

E allora sì: questa autobiografia non è un racconto.
È un sabotaggio.

Non è una memoria.
È una fuga.

Non è un io.
È una moltitudine che rifiuta di diventare curriculum.

Se volete leggere questo libro, leggetelo così:
non come confessione, ma come sciopero.

E ricordate: lo sciopero più radicale non è quello del lavoro.

È quello dell’identità.

Toni Negri
(da una cella aperta, dove l’unica evasione è diventare inafferrabili)

 

 CAPITOLO 1

Il fascicolo che non doveva essere aperto

(Autobiografia operativa / Archivio ZIA / Protocollo Zero)

Non mi fido di nessuno. Nemmeno di me stesso.

Non è una frase.
È una misura di sicurezza.


1. SCENA REALE — IL TAVOLO, LA LUCE, IL FILE

La stanza è troppo piccola per essere una stanza, e troppo vera per essere un sogno.

Un tavolo.
Una sedia.
Un computer acceso che non fa rumore: come se avesse già imparato a respirare senza farsi notare.

Il telefono vibra, ma non lo guardo.
Non perché sono disciplinato.
Perché ho paura di vedere il mio nome scritto da qualcun altro.

Mi chiamo Casagrande Riccardo.

Lo ripeto piano, come si ripete una parola straniera che si vuole far diventare propria.
Ma non funziona.
Non entra.

Il nome resta fuori, come un badge che non apre nessuna porta.

La cosa peggiore non è sentirsi vuoti.
La cosa peggiore è sentirsi leggibili.

È come se qualcuno avesse già scritto una definizione di me, e io stessi vivendo solo per confermarla.

Mi siedo.

Apro il computer.

E vedo una cartella che non ricordo di aver creato.

Una cartella che sembra una minaccia, perché non ha un nome “umano”.
Non è “foto”.
Non è “lavoro”.
Non è “documenti”.

È una sigla.

ZIA.

Zero Identità Accumulata.

La guardo come si guarda un animale fermo, prima che morda.


2. DERIVA — LA CITTÀ COME SET, IL MONDO COME MODULO

Fuori dalla finestra la città è normale.

Ed è proprio questo il problema.

Le persone camminano come se avessero un compito.
Come se qualcuno avesse consegnato loro una lista:
“compra, lavora, rispondi, sorridi, obbedisci, dormi”.

Io li guardo e mi sembra che siano tutti dentro una scena già provata.

Lo spettacolo non è la televisione.
È il modo in cui si entra in un bar.
È il modo in cui si parla.
È il modo in cui si finge di avere un futuro.

Io non sono fuori dallo spettacolo.

Io sono il difetto dello spettacolo.

La crepa che non diventa mai decorazione.

E mi torna in testa una frase semplice, violenta, perfetta:

Né centro sociale né centro commerciale.

Perché anche quando credi di scegliere, stai scegliendo un recinto.

Da una parte: l’identità militante, la comunità come controllo, la purezza come polizia.
Dall’altra: la merce come psicoterapia, il consumo come anestesia, la normalità come premio.

Io non voglio nessuna delle due.

Io voglio l’uscita.


3. DOCUMENTO — FRONTESPIZIO DEL FASCICOLO (trovato)

Apro la cartella ZIA.

Dentro non c’è una foto.
Non c’è una lettera.
Non c’è un romanzo.

C’è un documento.

Un foglio bianco con scritte nere, pulite, fredde.
Sembra un verbale.
Sembra una diagnosi.
Sembra un atto di sequestro.


ARCHIVIO Z.I.A.
FASCICOLO 01
OGGETTO: CASAGRANDE RICCARDO
STATO: anomalia persistente
RISCHIO: non integrabile
NOTE: il soggetto non richiede aiuto — richiede uscita
ESITO: chiusura impossibile


Lo leggo due volte.

La prima volta penso: “è uno scherzo”.

La seconda volta penso: “è vero”.

Perché la cosa che fa paura non è ciò che dice.

È che mi conosce.

Io non mi descriverei mai così.
Io direi: “sono stanco”, “sono confuso”, “ho paura”, “mi sento sporco”.

Lui invece scrive: non integrabile.

È una parola che non lascia scampo.

Non dice che sei cattivo.
Non dice che sei colpevole.
Non dice che sei malato.

Dice che non sei compatibile.

E se non sei compatibile, la soluzione non è capirti.

La soluzione è ridurti.


4. INTERFERENZA — “CHI TI HA SCRITTO?”

Resto fermo.

Non mi muovo.
Non perché sono in shock.
Perché sento che se mi muovo la scena cambia.

E allora arriva quella domanda piccola, idiota, devastante.

La domanda che non dovrebbe venire in mente a un adulto sano.

E se non fossi io ad aver scritto la mia vita?

Non “chi sono”.
Non “cosa voglio”.
Ma:

chi mi ha scritto?

Come se io fossi un testo.

Come se il mio corpo fosse un manoscritto che qualcuno corregge.
Come se i miei ricordi fossero un montaggio.
Come se la mia infanzia fosse un file esportato male.

Mi viene in mente un’immagine assurda:
un ufficio senza finestre, pieno di persone che timbrano esistenze.

Uno dice: “questo va bene”.
Un altro dice: “questo è difettoso”.
Un terzo dice: “questo si può recuperare”.

E io sono lì, sul tavolo, come una pratica.

Casagrande Riccardo: pratica aperta.


5. SCENA REALE — L’ACQUA, I PASSI, LA PAURA

Mi alzo per bere.

Un gesto normale.
Un gesto umano.

Prendo un bicchiere, apro il rubinetto.

L’acqua scorre e fa un suono che mi calma solo per un secondo.
Poi mi accorgo che sto facendo una cosa che faccio sempre quando ho paura:

conto i passi.

Uno. Due. Tre.

I numeri sono più fedeli delle persone.

Bevo.

E mi passa per la testa una verità che mi fa schifo:

forse io non ho bisogno di verità.
forse ho bisogno di una dose.

Una dose di realtà.
Una dose di silenzio.
Una dose di niente.


6. CUT-UP — LITANIA DELLA POST-VERITÀ (frammento)

boot_sequence: CASAGRANDE_RICCARDO.ONLINE
sync: realtà = instabile
output: identità = file_corrotto
warning: fiducia_non_disponibile
next: Protocollo_Zero / attivazione


7. DOCUMENTO — VERBALE DI APERTURA (trascrizione incompleta)

DATA: non verificabile
LUOGO: stanza / ufficio / cella
SOGGETTO: CASAGRANDE RICCARDO
CONDIZIONE: presente ma non disponibile
SINTOMO DOMINANTE: sfiducia funzionale
OSSERVAZIONE: il soggetto non chiede salvezza
OSSERVAZIONE: il soggetto chiede uscita
ESITO: fascicolo aperto
CHIUSURA: impossibile

Firma: ████████
Timbro: RISERVATO


8. DERIVA — IL NEMICO È UNA TECNOLOGIA DI DOLCEZZA

In quel momento capisco una cosa che avrei dovuto capire prima.

Il nemico non è una persona.

Il nemico è una tecnologia.

Una tecnologia di dolcezza.

Ti prende con la normalità.
Ti addestra con il comfort.
Ti convince che vivere è funzionare.

E se non funzioni, ti ripara.

Ti aggiorna.

Ti rieduca.

Ti chiama “cura”.

Ma la cura, spesso, è solo una forma elegante di controllo.

E io non voglio essere controllato.

Io voglio essere inutilizzabile.


9. INTERFERENZA — PROCESS ZERO

Sul bordo dello schermo compare una riga, come se fosse un messaggio di sistema.

Non è una notifica.

È un comando.

PROCESS ZERO — ENTRA, RIAVVIA, RINASCI.

Sembra una promessa.

Ma io so riconoscere le promesse.

Le promesse sono gabbie con la porta aperta.


10. CHIUSURA — ZIA

Spengo il computer.

O meglio: provo a spegnerlo.

Perché la verità è che non si spegne niente davvero.

Si spengono solo le luci.
Le macchine restano accese.

Anche dentro di me resta acceso qualcosa.

Non è speranza.
Non è fede.
Non è rabbia.

È un residuo.

Un pezzo di vita non utilizzabile.

E penso, senza poesia, senza morale, senza salvezza:

Questo fascicolo non doveva essere aperto.
Ma era già aperto.
Io ci ho messo solo il dito.

 

 

 


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