### Process Ama l’Apocalisse (Ne Rimarrà Solo Uno)#### Verso 1*Riccardino piange sul rogo,**“Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno!”**Fratelli d'Italia, fascisti capovolti,**Medici nella mafia, democratici liberali della domenica,**Con siringhe spianate , avvelenano il segreto di stato.**Il capro espiatorio sopravvive alla sua leggenda,**Riccardino muore con la falce dei ricordi,**Nel reparto di dialisi di Urbino.**Addio, bella Fossombrone,*#### Ritornello*Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno,**Autonomia diffusa ovunque,**Per lo stato di felicità permanente,**Con Simonetti Walter sul rogo, il sangue della rigenerazione brucia,**Le navi aliene sono già oltre il presente,*#### Verso 2*Riccardino sogna le colonie extra mondo e resta qui,**Vendendo amore, bevendo gin,**L’estate passa, invecchi, la vita è così,**Icone che fluttuano nel vuoto dell’attesa fredda,**Sorrisi di carta regalano scrigni dorati,*#### Ritornello*Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno,**Autonomia diffusa ovunque,**Per lo stato di felicità permanente,**Con Simonetti Walter sul rogo, il sangue della rigenerazione brucia,**Le navi aliene sono già oltre il presente,*#### Verso 3*Brigata di Rozzi, snob con lauree,**Teste chine, ora va tutto bene, bene, bene,**Avevo un volto, un nome, ero umano,**Poi mi hanno ringiovanito,**Nelle cliniche naziste della Repubblica,*Sono un esperimento Mkultra il mio sindacato e’ la CIA.#### Ponte*Se lo stato mi uccide, vado all’inferno,**Nel cerchio degli informatori, spie,**Il provocatore sionista, al servizio dell’impero,**Leggi le mie parole e giudicami,**Sparami in testa come un zombie,**Forse muoio, forse no! Chi lo sa!*#### Ritornello*Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno,**Autonomia diffusa ovunque,**Per lo stato di felicità permanente,**Con Simonetti Walter sul rogo, il sangue della rigenerazione brucia,**Le navi aliene sono già oltre il presente,*#### Verso 4*Non c’è tempo per noi,**Cos’è questa cosa che costruisce i nostri sogni,**Eppure ci sfugge?**Chi vuole vivere per sempre?*#### Finale*È una specie di magia,**Nati per essere re,**Principi dell’universo,**Qui apparteniamo ai paria, lottando per la sopravvivenza,**Siamo venuti per essere i sovrani di tutti voi.**Immortale, ho il sangue dei re dentro di me,**Nessun uomo può essermi uguale,**Portatemi nel futuro di tutti voi.**Questa rabbia che dura mille anni,**Presto sarà finita,**Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno.*
ZIA zone irreali di Autonomia
domenica 1 febbraio 2026
venerdì 23 gennaio 2026
TO ZION — L’ULTIMO ZELOTA
PRENDI QUI SU LULU L''ULTIMO ZELOTA
CASAGRANDE RICCARDO
TO ZION —
L’ULTIMO ZELOTA
Odissea paranoica verso la Terra
Promessa / Z.I.A. — Zone Irreali di Autonomia
TO ZION — L’ULTIMO ZELOTA
Odissea paranoica verso la Terra Promessa / Z.I.A. —
Zone Irreali di Autonomia
(lirica
omerica + dossier Mossad + cut-up + vangelo apocalittico)
PREFAZIONE
David Ben
Gurion — “Zion non è una terra: è una decisione”
PROEMIO
Invocazione
al Lettore / Alla Guerra / Alla Gioia
AVVERTENZA
Manuale
d’uso del Cut-up (come leggere un libro che ti legge)
LIBRO I — IL GIURAMENTO (Il
Nome in Codice)
- Il Nome: ZION
- Io, ex agente: la macchina e il
sangue
- La prima missione: entrare nel
mito
LIBRO II — ANNUNCIAZIONE NERA
(Il Figlio)
- L’angelo arriva tardi
- La pancia come Terra Promessa
- “Usa la testa” / ho usato il
cuore
- Il figlio come atto politico
LIBRO III — LA CONDANNA DEL
SILENZIO
- Il silenzio come tecnica di
governo
- Cartella clinica: diagnosi di
Zion
- Interrogatorio: chi ti ha
autorizzato a vivere?
LIBRO IV — MANIE DI
PERSECUZIONE 2.0
- Il complotto è un metodo
- Sotto sorveglianza anche nei
sogni
- La paranoia come verità che non
trova casa
LIBRO V — ZELOTI (Coloni /
Fedeli / Cemento)
- Zealots for Zion: la fede
armata
- Il confine come sacramento
- Eretz, cemento, preghiera,
pistola
LIBRO VI — LA TERRA PROMESSA
(che non promette)
- La promessa come ricatto
- Il deserto amministrato
- La mappa è una trappola
LIBRO VII — FUNZIONE SIMONETTI
- L’agente provocatore
- La destabilizzazione come arte
- Infiltrare la realtà fino a
romperla
LIBRO VIII — PROCESS CHURCH
2025 (Vangelo di Fine Mondo)
- Dio come apparato
- Apocalisse burocratica
- Il culto della fine come
disciplina
LIBRO IX — ET DIABOLUS
INCARNATUS EST
- Il diavolo non tenta: organizza
- L’angelo nero della sicurezza
- L’incarnazione come virus
LIBRO X — ZION HYMN BOOK (Coro
e Marcia)
- Gomo re Zion: la collina che
canta
- Coro: Zion Zion Zion
- Liturgia del fuggitivo
LIBRO XI — IRON LION (Fuga
senza pistola)
- Running like a fugitive
- Sono sulla roccia / controllo
lo stock
- Leone di ferro: disciplina
della sopravvivenza
LIBRO XII — CHECKPOINT (La
Porta)
- La porta di Zion
- Il tornello del mondo
- Passare senza passare
LIBRO XIII — IL CAPRO
ESPIATORIO
- Il capro che ride
- La vittima necessaria
- Il processo senza giudice
LIBRO XIV — CUT-UP FINALE
(Dossier / Salmo / Glitch)
- Archivio: frammenti bruciati
- Trascrizioni: voci disturbate
- Slogan, preghiere, codici
LIBRO XV — Z.I.A. (Zone
Irreali di Autonomia)
- La Terra Promessa senza terra
- Autonomia come diserzione
- Zion come zona irreale
- Il luogo dove lo Stato non
entra
LIBRO XVI — TO ZION (Marcia
della Gioia Nera)
- Marching to Zion
- Beautiful, beautiful Zion
- La gioia come ultima eresia
EPILOGO
Non sono
arrivato: ho disinnescato
POSTFAZIONE
Martin Buber
— “Zion è un Tu: non un possesso”
APPENDICI (GRIMORIO OPERATIVO)
A. Glossario
Z.I.A. (termini, sigilli, concetti)
B. Dossier Mossad apocrifo (rapporti, nomi in codice, missioni)
C. Cartella clinica del profeta (diagnosi, terapia, fuga)
D. Liturgie e canti (Zion come mantra)
E. Mappe impossibili (Zion come labirinto)
INTRODUZIONE — Toni Negri (già da giovane visitatore di kibbutz)
Non so se oggi, con la stessa innocenza, rifarei quel viaggio.
Eppure lo rifarei.
Da giovane, quando ancora credevo che la storia fosse un corridoio con porte apribili, mi capitò di visitare un kibbutz. Non era turismo, non era folclore: era curiosità politica, desiderio di capire come potesse esistere — nel cuore di una modernità armata e contraddittoria — una forma di vita collettiva capace di mettere tra parentesi il comando del capitale.
Il kibbutz, allora, mi apparve come un paradosso reale:
una comunità fondata sul lavoro comune, sulla condivisione, su un’idea di
uguaglianza praticata. Un comunismo quotidiano, per così dire: non proclamato,
ma organizzato nella ripetizione dei gesti, nella disciplina della
sopravvivenza, nella materialità del vivere insieme.
Eppure, anche lì, già lì, si sentiva la pressione del fuori.
Non parlo solo della guerra, del conflitto, del nemico — parole troppo facili,
troppo pronte. Parlo del fuori come forma di cattura: la necessità di definire,
delimitare, difendere, misurare. Il fuori che trasforma ogni esperimento in
istituzione, ogni comune in confine, ogni gioia in amministrazione.
È qui che To Zion — L’Ultimo Zelota comincia a colpire duro.
Perché questo libro non è un elogio. Non è una condanna. Non è un trattato. È
una ferita che parla. È un testo che non vuole pacificare niente, ma mostrare
il punto in cui la promessa diventa ricatto, e il ricatto diventa “ordine”.
Zion, in queste pagine, non è un territorio.
È un campo di forze.
Zion è la parola che ha attraversato il Novecento come un proiettile e come una preghiera. Una parola che ha costruito case e demolito case. Una parola che ha acceso canti e acceso checkpoint. Una parola che ha generato comunità e generato apparati. Una parola che porta in sé la contraddizione più feroce: la ricerca di liberazione che può diventare cattura.
Eppure, dentro la contraddizione, qualcosa resta.
Qualcosa che non si lascia ridurre a geopolitica, a teologia, a propaganda.
Quello che resta è la domanda: come si vive senza essere funzione?
Come si costruisce autonomia senza trasformarla in istituzione?
Come si diserta la guerra senza cadere nella neutralità?
Come si produce gioia senza consegnarla al mercato?
Questo libro risponde con una tecnica e con una voce.
La tecnica è il cut-up: sabotaggio del linguaggio, frantumazione del racconto, rifiuto della linearità. Perché la linearità è sempre il modo con cui il potere fa passare la sua versione dei fatti come inevitabile. Il cut-up, invece, è una pratica di fuga: ti costringe a leggere come se fossi sotto sorveglianza, ti costringe a dubitare della frase “normale”, ti costringe a vedere l’apparato nel punto in cui si traveste da naturale.
La voce è quella di un ex agente — o di un ex credente, o di un ex
militante, o di un ex paziente.
Una voce che non chiede assoluzione, ma disinnesco.
E qui, forse, ritorna quel kibbutz.
Non come nostalgia.
Come monito.
Perché ogni tentativo di comune, ogni gesto di autonomia, ogni esperimento di vita condivisa, è sempre esposto al rischio di diventare ciò che voleva combattere: una disciplina che si irrigidisce, una promessa che si chiude, una porta che diventa tornello.
Ma allora, se non c’è garanzia, se non c’è purezza, se non c’è terra promessa senza conflitto, cosa resta?
Resta la diserzione come pratica.
Resta la cooperazione come potenza.
Resta la singolarità che non si lascia schedare.
Resta la gioia come ultima eresia.
E soprattutto resta una cosa che nessun apparato può davvero catturare:
la capacità di produrre zone.
Zone minime, intermittenti, reali e irreali insieme.
Zone in cui lo Stato non entra perché non trova coordinate.
Zone in cui il capitale non entra perché non trova profitto.
Zone in cui la vita non entra in fila.
Queste pagine chiamano quelle zone: Z.I.A.
Non è un concetto.
È un’arma dolce.
E se un tempo, da giovane, nel kibbutz, avevo intravisto un comunismo possibile come organizzazione del quotidiano, qui intravedo qualcosa di più radicale e più fragile: un comunismo come fuga, come diserzione, come gesto che non si lascia stabilizzare.
Non si arriva a Zion.
Non si conquista.
Si disinnesca.
E in quel disinnesco — in quella sottrazione — può apparire, per un istante, ciò che conta: una forma di vita che non chiede autorizzazione.
Toni Negri
PROEMIO
Invocazione al Lettore / Alla Guerra / Alla Gioia
Ascoltami, Lettore,
tu che apri questo libro come si apre una porta nel buio,
tu che cerchi un nome e trovi un’eco,
tu che credi di leggere e invece vieni letto.
Non ti chiedo fede.
Non ti chiedo ragione.
Non ti chiedo perdono.
Ti chiedo presenza.
Perché ciò che segue non è un racconto ordinato,
ma una rotta spezzata,
un mare di frammenti,
un deserto di documenti,
una marcia dentro una parola che brucia: Zion.
Zion.
Zion.
Zion.
Invocazione alla Guerra
O Guerra, madre senza volto,
che non dormi mai,
che ti nutri di mappe e di bambini,
di preghiere e di checkpoint,
di case demolite e di inni cantati con la gola secca,
vieni qui.
Non come gloria,
non come bandiera,
non come storia scritta dai vincitori.
Vieni come sei:
apparato.
Tu sei il dio pratico del mondo.
Tu sei la religione degli Stati.
Tu sei la liturgia dei confini.
Tu non chiedi il vero.
Chiedi l’utile.
Chiedi obbedienza.
Chiedi carne.
E quando non trovi carne,
crei un colpevole.
Crei un folle.
Crei un traditore.
Crei un capro.
O Guerra, io ti conosco.
Ti ho servita.
Ho portato il tuo linguaggio in bocca
come una pillola amara:
missione, sicurezza, obiettivo, neutralizzare, prevenire, contenere.
Ho chiamato pace
il silenzio imposto.
Ho chiamato ordine
la paura amministrata.
Ho chiamato necessità
la tua fame infinita.
Ma tu non sei mai sazia.
Tu vuoi sempre un altro nome.
Un altro corpo.
Un altro “nemico”.
E così, quando non avevi più nulla da conquistare,
hai cominciato a conquistare l’interno:
la mente,
il sonno,
la memoria,
la gioia.
Invocazione alla Gioia
E tu, Gioia,
che non hai eserciti,
che non hai frontiere,
che non hai uniformi,
che non hai decreti,
vieni anche tu.
Vieni come scandalo.
Perché la Gioia non è un premio.
Non è una festa.
Non è un sorriso pubblicitario.
La Gioia è una ferita che canta.
È il figlio che nasce quando non deve.
È il cuore che decide contro la testa.
È la vita che comincia dentro l’Impero
senza chiedere permesso.
Gioia, tu sei l’unica cosa che il potere non sa contenere.
Perché la paura si governa.
La colpa si governa.
Il desiderio si compra.
Ma tu no.
Tu esplodi.
Tu interrompi.
Tu fai fallire la macchina.
E quando tu appari,
la Guerra impazzisce,
perché sente che c’è un luogo inaccessibile,
una Z.I.A. — una Zona Irreale di Autonomia —
che non può colonizzare.
Invocazione al Lettore (seconda volta, come ritorno)
E ora, Lettore,
se sei ancora qui,
se non hai chiuso il libro per paura del suo odore,
sappi questo:
non troverai una Terra Promessa.
Troverai una promessa che divora.
Non troverai un eroe.
Troverai un disertore.
Non troverai una verità pura.
Troverai una verità sporca,
una verità che corre,
una verità senza pistola.
Io ero un agente.
Un uomo di archivi e di ombre.
Un professionista del sospetto.
Eppure mi è accaduto l’impossibile:
ho sentito Zion come canto.
Come febbre.
Come figlio.
E allora ho capito che Zion non è un luogo.
Zion è un nome che ti spinge fuori dal mondo.
Zion è la porta che non si apre.
Zion è la marcia che non finisce.
Zion è il leone di ferro che non muore.
Per questo ripeto,
come un coro senza chiesa,
come un fuggitivo senza casa,
come un profeta senza patria:
Zion.
Zion.
Zion.
E se continuerai a leggere,
marcerai anche tu.
Non verso una bandiera.
Non verso un confine.
Non verso una conquista.
Verso una crepa.
Verso una Z.I.A.
Verso un punto del mondo
in cui la Guerra non entra
e la Gioia, finalmente,
non chiede scusa.
(Fine Proemio)
AVVERTENZA
Manuale d’uso del Cut-up
(come leggere un libro che ti legge)
Questo libro non si legge.
Questo libro si attraversa.
Non è un romanzo.
Non è un saggio.
Non è una testimonianza.
Non è un dossier.
Non è una preghiera.
È un campo minato di frasi.
Un archivio contaminato.
Una Z.I.A. fatta di carta, sangue, glitch e canto.
Se cerchi una trama, sei già perduto.
Se cerchi un messaggio, ti sei già consegnato.
Se cerchi un senso unico, sei già un agente del controllo.
Qui non c’è ordine.
L’ordine è la prima violenza.
1) ISTRUZIONI DI INGRESSO
Prima di leggere, fai una cosa semplice:
· respira
· chiudi la bocca del giudizio
· apri l’orecchio del disturbo
Questo testo non vuole convincerti.
Vuole sabotarti.
2) NON LEGGERE IN FILA
Leggere in ordine è un rito scolastico.
La scuola è un checkpoint.
Questo libro va letto come si attraversa una città in rivolta:
· di lato
· sotto i portici
· tra le sirene
· sopra i muri
· dietro le vetrine rotte
Apri a caso.
Scegli una frase.
Se ti sembra “bella”, sospettala.
Se ti sembra “brutta”, tienila.
La bellezza è spesso propaganda.
La bruttezza è spesso verità.
3) TAGLIA
Il cut-up non è stile.
È tecnica di fuga.
Taglia:
· una frase liturgica
· un referto clinico
· un codice operativo
· un insulto
· una preghiera
· un verso (“Zion Zion Zion”)
· un frammento di marcia (“marching, marching…”)
Taglia senza pietà.
Taglia senza rispetto.
Il rispetto è l’inizio della censura.
4) INCOLLA
Incolla dove non dovrebbe stare.
· sopra la tua giornata
· sopra il tuo lavoro
· sopra la tua paura
· sopra una chat
· sopra una lettera d’amore
· sopra un verbale
· sopra una notizia di guerra
Il cut-up è questo:
mettere due cose vicine finché si rivelano.
Non cercare coerenza.
Cerca corto circuito.
5) CONTAGIA
Questo libro non ti dà una verità.
Ti dà un virus linguistico.
Il virus ha un nome:
ZION
Ripetilo.
Zion.
Zion.
Zion.
Non come fede.
Come interferenza.
Se dopo dieci pagine non ti risuona in testa,
stai leggendo male.
6) LE TRE MODALITÀ DI LETTURA
Scegli una modalità (o mischiale):
A) Lettura Clinica
Leggi come un medico che compila una cartella.
Ogni metafora è un sintomo.
Ogni gioia è una ricaduta.
Ogni visione è una prova.
B) Lettura Operativa
Leggi come un agente che decifra un dossier.
Ogni nome è un codice.
Ogni ripetizione è un segnale.
Ogni pagina è una missione.
C) Lettura Liturgica
Leggi come un fedele senza chiesa.
Ogni frase è un salmo rotto.
Ogni capitolo è una marcia.
Ogni silenzio è un’arma.
7) NON CERCARE IL PROTAGONISTA
Qui il protagonista cambia pelle.
È:
· ex agente
· profeta
· capro espiatorio
· padre
· figlio
· nemico
· bersaglio
· testimone
Se provi a fissarlo, ti scappa.
Se lo insegui, ti guida fuori strada.
Questo libro funziona così:
il protagonista non è un uomo,
è una funzione.
8) ATTENZIONE AI PUNTI CHIARI
Se una pagina ti sembra chiara:
è sospetta.
La chiarezza è spesso l’arma del potere.
Il potere ama ciò che si capisce subito.
Qui invece vale il contrario:
· se ti confonde, sta lavorando
· se ti irrita, ti ha trovato
· se ti respinge, è vivo
· se ti offende, è onesto
· se ti ipnotizza, è pericoloso
9) COME RICONOSCERE UNA Z.I.A. NEL TESTO
Una Z.I.A. (Zona Irreale di Autonomia) appare quando:
· il linguaggio si rompe
· la trama collassa
· il tempo si piega
· l’identità evapora
· la pagina diventa preghiera o rapporto operativo
· la gioia entra come scandalo
Quando succede, non scappare.
Resta lì.
Quella è la Terra Promessa del libro:
non un luogo geografico,
ma una crepa dove lo Stato non entra.
10) IL TEST DI VERITÀ
Alla fine di ogni sessione di lettura, chiediti:
1. Mi sento più obbediente o più libero?
2. Ho capito tutto o mi è rimasta una febbre?
3. Questa frase mi serve o mi disarma?
4. Sono diventato più sicuro o più vivo?
Se ti senti “migliore”, hai fallito.
Se ti senti “peggiore”, sei vicino.
11) ISTRUZIONI FINALI (la regola d’oro)
Non cercare Zion come destinazione.
Zion è un movimento.
Zion è:
· la marcia
· la fuga
· la nascita
· il canto
· la gioia illegale
E se questo libro ti legge,
è perché tu, in qualche punto,
sei già stato scritto dal nemico.
Questo testo è un tentativo di cancellare il copione.
12) SIGILLO
Ripeti prima di chiudere:
Zion non è una terra.
Zion è una decisione.
Zion è un Tu.
Zion è una Z.I.A.
E poi:
Taglia.
Incolla.
Contagia.
(Fine Manuale d’uso del Cut-up)
LIBRO I — IL GIURAMENTO (Il Nome in Codice)
1. Il Nome: ZION
Ascolta, Lettore, e non chiedermi ordine,
perché l’ordine è già un’arma.
E non chiedermi chiarezza,
perché la chiarezza è spesso il primo volto della menzogna.
Io ti racconto l’inizio come si racconta un giuramento:
non con la memoria,
ma con la cicatrice.
Il mio nome vero non importa.
Il mio nome vero è stato bruciato in una stanza senza finestre,
dove le pareti assorbivano le parole
e restituivano soltanto silenzio operativo.
Sono stato addestrato a non esistere.
A diventare funzione.
A respirare dentro un codice.
Eppure, tra tutti i codici,
uno solo ha cominciato a vivere.
Uno solo ha cominciato a parlarmi.
Uno solo ha smesso di essere parola
ed è diventato destino.
ZION.
Zion.
Zion.
Zion.
1.1 Il nome come arma
Non mi fu consegnato come una promessa.
Mi fu consegnato come un ordine.
Un nome in codice non è un nome:
è un proiettile che entra nella lingua.
È una chiave che apre porte che non avresti voluto attraversare.
È una frase che ti ruba la bocca.
Nel dossier era scritto così, in nero su bianco:
OPERAZIONE: ZION
OBIETTIVO: STABILITÀ
RISCHIO: CONTAGIO
PROCEDURA: CONTENIMENTO
Ma la carta mente sempre.
La carta dice “stabilità” e intende “paura”.
Dice “sicurezza” e intende “guerra”.
Dice “contenimento” e intende “sparizione”.
Io l’ho capito tardi.
Perché all’inizio ci credi.
All’inizio credi che il mondo sia una cosa semplice:
noi e loro,
ordine e caos,
difesa e minaccia.
Poi un nome comincia a vibrare.
E il nome diventa canto.
1.2 Il giuramento
Il giuramento non è un sì.
Il giuramento è un taglio.
Mi fecero ripetere parole antiche,
parole che sembravano preghiere
ma erano soltanto procedure.
Mi dissero:
“Ricorda. Non sei più un uomo. Sei un compito.”
Mi dissero:
“Non sei più un volto. Sei un passaggio.”
Mi dissero:
“Non sei più una vita. Sei una linea.”
E io giurai.
Girai la testa verso il muro
come si gira verso un dio invisibile,
e pronunciai il mio primo tradimento:
obbedisco.
Il giuramento non ti dà forza.
Ti toglie il tremore.
E quando ti toglie il tremore,
ti rende capace di fare tutto.
È così che nasce il mostro:
non dal male,
ma dall’assenza di vibrazione.
1.3 Zion come febbre
All’inizio Zion era solo una parola tra molte.
Poi diventò una musica.
Una musica che non avevo scelto.
Una musica che entrava nei sogni,
che entrava nei silenzi,
che entrava perfino nei giorni in cui credevo di essere “normale”.
Zion.
Zion.
Zion.
La parola non mi dava pace.
Non mi dava riposo.
Non mi dava patria.
Mi dava un compito infinito.
E io, che ero addestrato a eseguire,
cominciai a confondere il compito con la vita.
Questo è il primo errore di ogni agente:
scambiare l’ordine per il destino.
1.4 Primo cut-up (trascrizione disturbata)
(nastro recuperato — audio degradato — voce maschile, tono neutro)
“Il soggetto presenta…
manie di persecuzione…
rischio di contaminazione ideologica…
necessaria deprogrammazione…”
(interferenza)
“Marching, marching, marching…”
(interferenza)
“Ho toccato la pancia… sopraffatta…”
(interferenza)
“Running like a fugitive…”
(interferenza)
“Sicurezza nazionale… stabilità…”
(taglio netto)
E io, ascoltando quel nastro, capii la verità:
non era più un’operazione.
Era un canto.
Non era più una missione.
Era un figlio.
Non era più una parola.
Era una febbre.
1.5 La Terra Promessa e la Terra Proibita
Mi avevano insegnato a chiamarla “Terra Promessa”.
Ma una promessa, quando diventa confine,
si trasforma in recinto.
E un recinto, prima o poi,
chiede sangue.
C’è una differenza che nessuno ti spiega, finché non è troppo tardi:
· la Terra Promessa ti chiama
· la Terra Proibita ti possiede
E Zion…
Zion era entrambe.
Zion era ciò che cercavo
e ciò che mi stava divorando.
1.6 Il Nome come porta
Ogni nome è una porta.
Ma questa porta non si apriva verso una casa.
Si apriva verso una macchina.
Una macchina fatta di:
· archivi
· mappe
· identità
· colpa
· memoria
· vendetta
· liturgia
· cemento
· checkpoint
Io stavo entrando in Zion
senza entrare da nessuna parte.
E più avanzavo,
più sentivo che non era una terra ad aspettarmi.
Era una funzione.
Una funzione che mi stava riscrivendo.
1.7 Il segreto del codice
I codici sono fatti per proteggere.
Ma proteggono sempre qualcuno da qualcun altro.
E quando ti consegnano un nome in codice,
ti stanno dicendo:
“Questo nome non deve essere compreso.
Deve essere eseguito.”
Zion non doveva essere capito.
Doveva essere compiuto.
Eppure, io lo capivo lo stesso.
Lo capivo con il corpo.
Perché ogni volta che lo pronunciavo,
sentivo un tremore nella lingua.
Come se la parola fosse viva.
Come se la parola fosse un animale.
Come se la parola fosse un leone.
E allora la frase entrò in me,
come un’istruzione e come una bestemmia:
I’m gonna be iron
like a lion in Zion.
Non era forza.
Era sopravvivenza.
1.8 Il Giuramento si spezza (ma non ancora)
Non ti dirò subito quando ho tradito.
Perché il tradimento non avviene in un momento.
Avviene lentamente.
Avviene quando cominci a sentire
che la tua obbedienza non è più protezione,
ma prigione.
Avviene quando il nome in codice
diventa un nome che ti guarda.
E allora, Lettore, io ti lascio con la prima legge di questo viaggio:
Se un nome ti chiama troppo forte,
non è più un nome.
È un destino.
Zion.
Zion.
Zion.
E io ho giurato su quel nome.
E da quel giuramento,
è cominciata la mia Odissea.
(Fine LIBRO I — Capitolo 1)
LIBRO I — IL GIURAMENTO (Il
Nome in Codice)
2. Io, ex agente: la macchina e il sangue
Ascolta,
Lettore.
Non ti parlerò come un uomo libero.
Perché io non sono nato libero:
io sono stato fabbricato.
E chi viene
fabbricato non ha un’infanzia,
ha un addestramento.
Non ha un carattere,
ha una procedura.
Non ha un cuore,
ha una funzione.
Io ero un
agente.
E quando
dico “agente” non intendo un eroe.
Non intendo un patriota.
Non intendo un guerriero.
Intendo una
cosa più fredda:
un
ingranaggio con un volto.
Un pezzo di
carne
inserito dentro una macchina che pensa al posto tuo.
2.1 La macchina
La macchina
non ha un re.
Non ha un dio.
Non ha un centro.
Ha soltanto
continuità.
La macchina
vuole durare.
E per durare deve nutrirsi di:
- paura
- informazione
- obbedienza
- nemici
- emergenze
- giustificazioni
- silenzi
La macchina
non ama la verità.
Ama la stabilità.
E la
stabilità è una menzogna che si ripete abbastanza a lungo
da sembrare pace.
Io l’ho
imparato presto:
la pace è un documento.
La pace è un comunicato.
La pace è un titolo.
La pace è un’intervista.
La guerra
invece è lavoro.
È quotidiana.
È amministrata.
È normale.
La guerra è
la macchina che respira.
2.2 Il sangue
Il sangue è
ciò che la macchina non capisce.
Perché il sangue non è una strategia.
Il sangue è una memoria animale.
Io portavo
sangue nelle vene
ma mi comportavo come se non esistesse.
Mi avevano
insegnato a guardare senza tremare.
A ascoltare senza reagire.
A mentire senza sudare.
A entrare nelle case altrui
come se fosse un diritto naturale.
Mi avevano
insegnato la differenza tra:
- bersaglio
- obiettivo
- collateralità
- danno accettabile
- rischio operativo
Parole
lisce.
Parole pulite.
Parole che lavano via la carne.
Eppure,
Lettore, il sangue non si lava.
Il sangue
resta.
Resta nelle mani anche quando non lo vedi.
Resta nei sogni anche quando non dormi.
2.3 Il primo comando
Il primo
comando non è “uccidi”.
È più sottile.
Il primo
comando è:
non sentire.
Perché se
senti, ti fermi.
Se ti fermi, pensi.
Se pensi, dubiti.
Se dubiti, diventi inutile.
E un agente
inutile è un agente morto.
La macchina
non ti uccide subito.
Prima ti svuota.
Ti svuota e
poi ti usa.
2.4 La grammatica dell’apparato
Tu credi che
la guerra sia caos.
Ma la guerra vera è grammatica.
La guerra
vera è un lessico.
È un linguaggio.
Io parlavo
quel linguaggio come una lingua madre:
- infiltrazione
- copertura
- fonte
- contatto
- estrazione
- disinformazione
- pressione
- neutralizzazione
Queste
parole non descrivono.
Queste parole producono.
Producono
realtà.
Producono destino.
Quando dici
“neutralizzare”
stai dicendo: “non è più una persona”.
Quando dici
“contenere”
stai dicendo: “non deve più esistere fuori da qui”.
Quando dici
“sicurezza”
stai dicendo: “ho diritto a tutto”.
La macchina
parla così:
non per spiegare,
ma per autorizzare.
2.5 Cut-up: referto + salmo + ordine
(pagina
strappata / cartella clinica / timbro rosso)
“Soggetto:
ipervigilanza”
“Soggetto: manie di persecuzione”
“Soggetto: deliri di riferimento”
“Soggetto: rischio di auto-lesione”
“Soggetto: necessaria sedazione”
(interferenza,
canto lontano)
“Marching,
marching, marching…”
“Beautiful, beautiful Zion…”
(ordine
operativo, voce metallica)
“Confermare
identità.”
“Controllare la porta.”
“Non lasciare tracce.”
(taglio)
Io ero tutto
questo.
E non ero niente.
2.6 La colpa perfetta
La colpa
perfetta non fa rumore.
Non grida.
Non chiede scusa.
La colpa
perfetta è quella che si presenta come dovere.
Io ho fatto
cose che non racconterò con dettagli.
Perché il dettaglio è pornografia del dolore.
E io non voglio eccitare il lettore:
voglio svegliarlo.
Ma sappi
questo:
la macchina
ti porta sempre in un punto
in cui non puoi più dire:
“non lo
sapevo.”
Perché lo
sai.
E quando lo
sai e lo fai lo stesso,
diventi parte del culto.
Non un culto
religioso.
Un culto operativo.
Il culto
della necessità.
2.7 La prima crepa: Zion come figlio
Poi è
accaduta una cosa che non era prevista.
Una cosa che
la macchina non sa gestire.
La macchina
sa gestire:
- la paura
- la rabbia
- la vendetta
- il patriottismo
- l’odio
Ma non sa
gestire una cosa semplice:
la gioia.
E la gioia,
come un sabotaggio,
è entrata nel mio mondo con un nome.
Zion.
Zion non
come territorio.
Zion non come bandiera.
Zion non come dottrina.
Zion come
figlio.
Zion come
nascita.
Zion come
atto del cuore contro la testa.
E io, che
avevo giurato sulla macchina,
ho sentito per la prima volta una frase proibita:
forse non
voglio più obbedire.
2.8 Il sangue contro la macchina
Quando la
macchina ti ha formato bene,
tu non senti più il sangue.
Ma il sangue
non smette di chiamarti.
Chiama nei
sogni.
Chiama negli odori.
Chiama nei volti che non riesci a dimenticare.
Chiama nel silenzio dopo il rumore.
E il sangue
ti dice una cosa sola:
tu non sei
una funzione.
Tu sei un
corpo.
Tu sei una ferita.
Tu sei un
tremore.
E io
tremavo.
Non davanti
al nemico.
Non davanti al rischio.
Non davanti alla morte.
Tremavo
davanti alla possibilità di essere umano.
2.9 L’ultimo agente
Sai cos’è un
ex agente, Lettore?
È uno che ha
disertato dal proprio linguaggio.
Uno che ha smesso di credere alle parole che lo tenevano in piedi.
È uno che
non può tornare indietro,
ma non sa ancora dove andare.
È uno che ha
visto la Terra Promessa
trasformarsi in apparato.
È uno che ha
capito che la promessa, quando diventa Stato,
diventa anche prigione.
E allora
resta solo una via:
la fuga.
Ma non la
fuga vigliacca.
La fuga come
marcia.
La fuga come
canto.
La fuga come
Z.I.A.
2.10 Sigillo del capitolo
Io sono
stato un agente.
La macchina mi ha dato una lingua.
Il sangue me l’ha strappata via.
E adesso io
parlo così:
a pezzi,
a scatti,
a preghiere spezzate,
a ordini invertiti.
Perché
questo libro non è una confessione.
È un
disinnesco.
Zion.
Zion.
Zion.
E io, ex
agente,
sto imparando a pronunciarlo
senza uccidere.
(Fine LIBRO
I — Capitolo 2)
LIBRO I — IL GIURAMENTO (Il
Nome in Codice)
3. La prima missione: entrare nel mito
Non fu un
ordine gridato.
Non fu una cerimonia.
Non fu un rito solenne.
Fu peggio.
Fu normale.
La prima
missione arrivò come arrivano le cose che cambiano la vita:
con un foglio,
con una firma,
con un tono tranquillo,
con la voce di qualcuno che non tremava.
E il foglio
diceva soltanto questo:
ENTRARE NEL
MITO.
Io, che ero
ancora giovane nella macchina,
pensai fosse una metafora.
Ma la
macchina non usa metafore.
La macchina usa simboli soltanto quando servono a governare.
E quel
giorno compresi una legge invisibile:
ogni Stato è
una religione che finge di essere razionale.
ogni religione è uno Stato che finge di essere eterno.
E Zion…
Zion era il punto in cui le due cose si toccavano.
3.1 Il mito non è una storia: è un’arma
Mi dissero:
“Non devi
capire.
Devi entrare.”
Entrare nel
mito significa questo:
diventare parte di una narrazione più grande del tuo corpo.
Quando entri
nel mito, il mito ti prende.
Ti toglie il
dubbio.
Ti toglie la fatica del pensare.
Ti dà un ruolo.
E un ruolo è
una gabbia che ti fa sentire necessario.
Io ero stato
addestrato per questo:
sentirmi necessario.
3.2 Briefing: l’epica come procedura
La stanza
era fredda.
Non fredda di temperatura:
fredda di intenzione.
Una mappa
sul tavolo.
Una luce sopra la mappa.
Una mano che indicava un punto.
Il punto non
era un luogo.
Era una parola.
E la parola
era: ZION.
Mi dissero:
- “Qui non ci sono civili.”
- “Qui non ci sono innocenti.”
- “Qui ci sono soltanto effetti.”
- “Qui ci sono soltanto rischi.”
- “Qui ci sono soltanto
conseguenze.”
La guerra,
quando è amministrata bene,
cancella l’umano con la grammatica.
E la
grammatica, Lettore,
è più efficace di qualsiasi fucile.
3.3 Entrare nel mito significa cambiare pelle
Non entri
nel mito con i piedi.
Entri nel mito con la lingua.
Devi
imparare a parlare come loro,
anche se “loro” sei tu.
Devi
imparare a dire:
- “terra” invece di “corpo”
- “confine” invece di “ferita”
- “sicurezza” invece di “paura”
- “ordine” invece di “vendetta”
- “stabilità” invece di “guerra
infinita”
E poi devi
smettere di ricordare
che esistono altre parole.
Questo è
l’addestramento vero:
non imparare a colpire,
ma imparare a non nominare.
Perché ciò
che non nomini
non esiste.
3.4 Cut-up: Hymn / Protocollo / Allucinazione
(coro
lontano — voci maschili e femminili — canto antico)
“Zion… Zion…
Zion…”
(voce
metallica — ordine operativo)
“Verifica
identità.
Stabilire contatto.
Estrarre informazione.
Eliminare interferenza.”
(voce di
donna — dolcezza feroce)
“Unsure of what the balance held
I touched my belly overwhelmed…”
(interferenza)
“Running like a fugitive…”
(taglio)
In quel
momento io capii:
il mito era già entrato in me.
E io ero già
un territorio.
3.5 La Terra Promessa come teatro
Tu credi che
la Terra Promessa sia un luogo.
Ma la Terra Promessa, quando diventa missione,
diventa teatro.
E in teatro
ci sono ruoli:
- il difensore
- il terrorista
- il martire
- il colono
- il profeta
- il traditore
- il folle
- il capro espiatorio
La macchina assegna
ruoli come un regista.
E se non
reciti bene,
ti sostituisce.
Non con un
altro attore.
Con un altro cadavere.
3.6 Il primo incontro: il volto che non doveva
esistere
Mi avevano
preparato per tutto,
tranne che per un volto.
Perché il
volto è pericoloso.
Il volto non
è un dato.
Il volto non è un obiettivo.
Il volto non è un numero.
Il volto è
un Tu.
E il Tu
distrugge la missione.
Io vidi un
volto.
Non ti dirò dove.
Non ti dirò quando.
Ma ti dirò
cosa accadde:
per un
secondo
la macchina si spense.
Per un
secondo
non ero un agente.
E in quel
secondo,
Zion cambiò significato.
Non fu più
promessa.
Non fu più terra.
Non fu più bandiera.
Fu domanda.
E la domanda
era:
chi sto
cancellando per esistere?
3.7 Il mito chiede sangue (sempre)
Il mito non
vive di idee.
Vive di sacrifici.
Ogni mito
pretende un’offerta.
- un corpo
- una casa
- un nome
- un figlio
- una memoria
La macchina
chiama tutto questo “necessità”.
Ma la
necessità è spesso solo un altare.
E
sull’altare, Lettore,
non ci finisce mai chi comanda.
Ci finisce
sempre qualcuno che non conta abbastanza.
3.8 La prima missione fallì (ma nessuno lo disse)
Una missione
non fallisce quando non raggiunge l’obiettivo.
Fallisce quando l’agente torna indietro con una crepa.
Io tornai
indietro con una crepa.
Non una
ferita visibile.
Una crepa nel linguaggio.
Da quel
giorno, certe parole non mi entrarono più in bocca.
“Stabilità.”
“Sicurezza.”
“Danno accettabile.”
Mi restò in
gola una sola parola,
come un nodo,
come un canto,
come un virus:
Zion.
Zion.
Zion.
E la
macchina, che sente tutto,
cominciò a sospettare di me.
3.9 Il mito ti possiede finché non lo tradisci
Entrare nel
mito è facile.
Uscirne è impossibile.
Perché il
mito non è fuori di te.
Il mito è diventato te.
Eppure
esiste un punto,
un punto minuscolo,
in cui puoi scegliere.
Non di
vincere.
Non di salvarti.
Di tradire.
Tradire il
ruolo.
Tradire la funzione.
Tradire la narrazione.
E in quel
punto nasce l’ultimo zelota:
non colui che combatte per il mito,
ma colui che combatte contro il mito
pur avendolo amato.
3.10 Sigillo del capitolo
La mia prima
missione era entrare nel mito.
Ci sono entrato.
E nel mito
ho perso il mio nome.
Ma ho
trovato qualcosa che la macchina non aveva previsto:
la gioia
nera della diserzione.
La
possibilità che Zion non sia una terra da possedere,
ma una Z.I.A. da attraversare.
Una zona
irreale di autonomia,
dove la guerra non entra
e la parola torna viva.
Zion.
Zion.
Zion.
(Fine LIBRO
I — Capitolo 3)
Process ama l’Apocalisse
### Process Ama l’Apocalisse (Ne Rimarrà Solo Uno)#### Verso 1*Riccardino piange sul rogo,**“Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo ...
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