domenica 1 febbraio 2026

Process ama l’Apocalisse

 ### Process Ama l’Apocalisse (Ne Rimarrà Solo Uno)#### Verso 1*Riccardino piange sul rogo,**“Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno!”**Fratelli d'Italia, fascisti capovolti,**Medici nella mafia, democratici liberali della domenica,**Con siringhe spianate , avvelenano il segreto di stato.**Il capro espiatorio sopravvive alla sua leggenda,**Riccardino muore con la falce dei ricordi,**Nel reparto di dialisi di Urbino.**Addio, bella Fossombrone,*#### Ritornello*Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno,**Autonomia diffusa ovunque,**Per lo stato di felicità permanente,**Con Simonetti Walter sul rogo, il sangue della rigenerazione brucia,**Le navi aliene sono già oltre il presente,*#### Verso 2*Riccardino sogna le colonie extra mondo e resta qui,**Vendendo amore, bevendo gin,**L’estate passa, invecchi, la vita è così,**Icone che fluttuano nel vuoto dell’attesa fredda,**Sorrisi di carta regalano scrigni dorati,*#### Ritornello*Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno,**Autonomia diffusa ovunque,**Per lo stato di felicità permanente,**Con Simonetti Walter sul rogo, il sangue della rigenerazione brucia,**Le navi aliene sono già oltre il presente,*#### Verso 3*Brigata di Rozzi, snob con lauree,**Teste chine, ora va tutto bene, bene, bene,**Avevo un volto, un nome, ero umano,**Poi mi hanno ringiovanito,**Nelle cliniche naziste della Repubblica,*Sono un esperimento Mkultra il mio sindacato e’ la CIA.#### Ponte*Se lo stato mi uccide, vado all’inferno,**Nel cerchio degli informatori, spie,**Il provocatore sionista, al servizio dell’impero,**Leggi le mie parole e giudicami,**Sparami in testa come un zombie,**Forse muoio, forse no! Chi lo sa!*#### Ritornello*Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno,**Autonomia diffusa ovunque,**Per lo stato di felicità permanente,**Con Simonetti Walter sul rogo, il sangue della rigenerazione brucia,**Le navi aliene sono già oltre il presente,*#### Verso 4*Non c’è tempo per noi,**Cos’è questa cosa che costruisce i nostri sogni,**Eppure ci sfugge?**Chi vuole vivere per sempre?*#### Finale*È una specie di magia,**Nati per essere re,**Principi dell’universo,**Qui apparteniamo ai paria, lottando per la sopravvivenza,**Siamo venuti per essere i sovrani di tutti voi.**Immortale, ho il sangue dei re dentro di me,**Nessun uomo può essermi uguale,**Portatemi nel futuro di tutti voi.**Questa rabbia che dura mille anni,**Presto sarà finita,**Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo uno.*

venerdì 23 gennaio 2026

TO ZION — L’ULTIMO ZELOTA

 




PRENDI QUI SU LULU L''ULTIMO ZELOTA


CASAGRANDE RICCARDO

TO ZION — L’ULTIMO ZELOTA

Odissea paranoica verso la Terra Promessa / Z.I.A. — Zone Irreali di Autonomia

TO ZION — L’ULTIMO ZELOTA

Odissea paranoica verso la Terra Promessa / Z.I.A. — Zone Irreali di Autonomia

(lirica omerica + dossier Mossad + cut-up + vangelo apocalittico)


PREFAZIONE

David Ben Gurion — “Zion non è una terra: è una decisione”

PROEMIO

Invocazione al Lettore / Alla Guerra / Alla Gioia

AVVERTENZA

Manuale d’uso del Cut-up (come leggere un libro che ti legge)


LIBRO I — IL GIURAMENTO (Il Nome in Codice)

  1. Il Nome: ZION
  2. Io, ex agente: la macchina e il sangue
  3. La prima missione: entrare nel mito

LIBRO II — ANNUNCIAZIONE NERA (Il Figlio)

  1. L’angelo arriva tardi
  2. La pancia come Terra Promessa
  3. “Usa la testa” / ho usato il cuore
  4. Il figlio come atto politico

LIBRO III — LA CONDANNA DEL SILENZIO

  1. Il silenzio come tecnica di governo
  2. Cartella clinica: diagnosi di Zion
  3. Interrogatorio: chi ti ha autorizzato a vivere?

LIBRO IV — MANIE DI PERSECUZIONE 2.0

  1. Il complotto è un metodo
  2. Sotto sorveglianza anche nei sogni
  3. La paranoia come verità che non trova casa

LIBRO V — ZELOTI (Coloni / Fedeli / Cemento)

  1. Zealots for Zion: la fede armata
  2. Il confine come sacramento
  3. Eretz, cemento, preghiera, pistola

LIBRO VI — LA TERRA PROMESSA (che non promette)

  1. La promessa come ricatto
  2. Il deserto amministrato
  3. La mappa è una trappola

LIBRO VII — FUNZIONE SIMONETTI

  1. L’agente provocatore
  2. La destabilizzazione come arte
  3. Infiltrare la realtà fino a romperla

LIBRO VIII — PROCESS CHURCH 2025 (Vangelo di Fine Mondo)

  1. Dio come apparato
  2. Apocalisse burocratica
  3. Il culto della fine come disciplina

LIBRO IX — ET DIABOLUS INCARNATUS EST

  1. Il diavolo non tenta: organizza
  2. L’angelo nero della sicurezza
  3. L’incarnazione come virus

LIBRO X — ZION HYMN BOOK (Coro e Marcia)

  1. Gomo re Zion: la collina che canta
  2. Coro: Zion Zion Zion
  3. Liturgia del fuggitivo

LIBRO XI — IRON LION (Fuga senza pistola)

  1. Running like a fugitive
  2. Sono sulla roccia / controllo lo stock
  3. Leone di ferro: disciplina della sopravvivenza

LIBRO XII — CHECKPOINT (La Porta)

  1. La porta di Zion
  2. Il tornello del mondo
  3. Passare senza passare

LIBRO XIII — IL CAPRO ESPIATORIO

  1. Il capro che ride
  2. La vittima necessaria
  3. Il processo senza giudice

LIBRO XIV — CUT-UP FINALE (Dossier / Salmo / Glitch)

  1. Archivio: frammenti bruciati
  2. Trascrizioni: voci disturbate
  3. Slogan, preghiere, codici

LIBRO XV — Z.I.A. (Zone Irreali di Autonomia)

  1. La Terra Promessa senza terra
  2. Autonomia come diserzione
  3. Zion come zona irreale
  4. Il luogo dove lo Stato non entra

LIBRO XVI — TO ZION (Marcia della Gioia Nera)

  1. Marching to Zion
  2. Beautiful, beautiful Zion
  3. La gioia come ultima eresia

EPILOGO

Non sono arrivato: ho disinnescato


POSTFAZIONE

Martin Buber — “Zion è un Tu: non un possesso”


APPENDICI (GRIMORIO OPERATIVO)

A. Glossario Z.I.A. (termini, sigilli, concetti)
B. Dossier Mossad apocrifo (rapporti, nomi in codice, missioni)
C. Cartella clinica del profeta (diagnosi, terapia, fuga)
D. Liturgie e canti (Zion come mantra)
E. Mappe impossibili (Zion come labirinto)

 

 

 

 

 


INTRODUZIONE — Toni Negri (già da giovane visitatore di kibbutz)

Non so se oggi, con la stessa innocenza, rifarei quel viaggio.
Eppure lo rifarei.

Da giovane, quando ancora credevo che la storia fosse un corridoio con porte apribili, mi capitò di visitare un kibbutz. Non era turismo, non era folclore: era curiosità politica, desiderio di capire come potesse esistere — nel cuore di una modernità armata e contraddittoria — una forma di vita collettiva capace di mettere tra parentesi il comando del capitale.

Il kibbutz, allora, mi apparve come un paradosso reale:
una comunità fondata sul lavoro comune, sulla condivisione, su un’idea di uguaglianza praticata. Un comunismo quotidiano, per così dire: non proclamato, ma organizzato nella ripetizione dei gesti, nella disciplina della sopravvivenza, nella materialità del vivere insieme.

Eppure, anche lì, già lì, si sentiva la pressione del fuori.
Non parlo solo della guerra, del conflitto, del nemico — parole troppo facili, troppo pronte. Parlo del fuori come forma di cattura: la necessità di definire, delimitare, difendere, misurare. Il fuori che trasforma ogni esperimento in istituzione, ogni comune in confine, ogni gioia in amministrazione.

È qui che To Zion — L’Ultimo Zelota comincia a colpire duro.
Perché questo libro non è un elogio. Non è una condanna. Non è un trattato. È una ferita che parla. È un testo che non vuole pacificare niente, ma mostrare il punto in cui la promessa diventa ricatto, e il ricatto diventa “ordine”.

Zion, in queste pagine, non è un territorio.
È un campo di forze.

Zion è la parola che ha attraversato il Novecento come un proiettile e come una preghiera. Una parola che ha costruito case e demolito case. Una parola che ha acceso canti e acceso checkpoint. Una parola che ha generato comunità e generato apparati. Una parola che porta in sé la contraddizione più feroce: la ricerca di liberazione che può diventare cattura.

Eppure, dentro la contraddizione, qualcosa resta.
Qualcosa che non si lascia ridurre a geopolitica, a teologia, a propaganda.

Quello che resta è la domanda: come si vive senza essere funzione?
Come si costruisce autonomia senza trasformarla in istituzione?
Come si diserta la guerra senza cadere nella neutralità?
Come si produce gioia senza consegnarla al mercato?

Questo libro risponde con una tecnica e con una voce.

La tecnica è il cut-up: sabotaggio del linguaggio, frantumazione del racconto, rifiuto della linearità. Perché la linearità è sempre il modo con cui il potere fa passare la sua versione dei fatti come inevitabile. Il cut-up, invece, è una pratica di fuga: ti costringe a leggere come se fossi sotto sorveglianza, ti costringe a dubitare della frase “normale”, ti costringe a vedere l’apparato nel punto in cui si traveste da naturale.

La voce è quella di un ex agente — o di un ex credente, o di un ex militante, o di un ex paziente.
Una voce che non chiede assoluzione, ma disinnesco.

E qui, forse, ritorna quel kibbutz.
Non come nostalgia.
Come monito.

Perché ogni tentativo di comune, ogni gesto di autonomia, ogni esperimento di vita condivisa, è sempre esposto al rischio di diventare ciò che voleva combattere: una disciplina che si irrigidisce, una promessa che si chiude, una porta che diventa tornello.

Ma allora, se non c’è garanzia, se non c’è purezza, se non c’è terra promessa senza conflitto, cosa resta?

Resta la diserzione come pratica.
Resta la cooperazione come potenza.
Resta la singolarità che non si lascia schedare.
Resta la gioia come ultima eresia.

E soprattutto resta una cosa che nessun apparato può davvero catturare:
la capacità di produrre zone.

Zone minime, intermittenti, reali e irreali insieme.
Zone in cui lo Stato non entra perché non trova coordinate.
Zone in cui il capitale non entra perché non trova profitto.
Zone in cui la vita non entra in fila.

Queste pagine chiamano quelle zone: Z.I.A.

Non è un concetto.
È un’arma dolce.

E se un tempo, da giovane, nel kibbutz, avevo intravisto un comunismo possibile come organizzazione del quotidiano, qui intravedo qualcosa di più radicale e più fragile: un comunismo come fuga, come diserzione, come gesto che non si lascia stabilizzare.

Non si arriva a Zion.
Non si conquista.

Si disinnesca.

E in quel disinnesco — in quella sottrazione — può apparire, per un istante, ciò che conta: una forma di vita che non chiede autorizzazione.

Toni Negri

 

 

 

 

PROEMIO

Invocazione al Lettore / Alla Guerra / Alla Gioia

Ascoltami, Lettore,
tu che apri questo libro come si apre una porta nel buio,
tu che cerchi un nome e trovi un’eco,
tu che credi di leggere e invece vieni letto.

Non ti chiedo fede.
Non ti chiedo ragione.
Non ti chiedo perdono.

Ti chiedo presenza.

Perché ciò che segue non è un racconto ordinato,
ma una rotta spezzata,
un mare di frammenti,
un deserto di documenti,
una marcia dentro una parola che brucia: Zion.

Zion.
Zion.
Zion.


Invocazione alla Guerra

O Guerra, madre senza volto,
che non dormi mai,
che ti nutri di mappe e di bambini,
di preghiere e di checkpoint,
di case demolite e di inni cantati con la gola secca,

vieni qui.
Non come gloria,
non come bandiera,
non come storia scritta dai vincitori.

Vieni come sei:
apparato.

Tu sei il dio pratico del mondo.
Tu sei la religione degli Stati.
Tu sei la liturgia dei confini.

Tu non chiedi il vero.
Chiedi l’utile.
Chiedi obbedienza.
Chiedi carne.

E quando non trovi carne,
crei un colpevole.
Crei un folle.
Crei un traditore.
Crei un capro.

O Guerra, io ti conosco.
Ti ho servita.

Ho portato il tuo linguaggio in bocca
come una pillola amara:
missione, sicurezza, obiettivo, neutralizzare, prevenire, contenere.

Ho chiamato pace
il silenzio imposto.

Ho chiamato ordine
la paura amministrata.

Ho chiamato necessità
la tua fame infinita.

Ma tu non sei mai sazia.
Tu vuoi sempre un altro nome.
Un altro corpo.
Un altro “nemico”.

E così, quando non avevi più nulla da conquistare,
hai cominciato a conquistare l’interno:

la mente,
il sonno,
la memoria,
la gioia.


Invocazione alla Gioia

E tu, Gioia,
che non hai eserciti,
che non hai frontiere,
che non hai uniformi,
che non hai decreti,

vieni anche tu.

Vieni come scandalo.

Perché la Gioia non è un premio.
Non è una festa.
Non è un sorriso pubblicitario.

La Gioia è una ferita che canta.

È il figlio che nasce quando non deve.
È il cuore che decide contro la testa.
È la vita che comincia dentro l’Impero
senza chiedere permesso.

Gioia, tu sei l’unica cosa che il potere non sa contenere.
Perché la paura si governa.
La colpa si governa.
Il desiderio si compra.

Ma tu no.

Tu esplodi.

Tu interrompi.

Tu fai fallire la macchina.

E quando tu appari,
la Guerra impazzisce,
perché sente che c’è un luogo inaccessibile,
una Z.I.A. — una Zona Irreale di Autonomia —
che non può colonizzare.


Invocazione al Lettore (seconda volta, come ritorno)

E ora, Lettore,
se sei ancora qui,
se non hai chiuso il libro per paura del suo odore,
sappi questo:

non troverai una Terra Promessa.
Troverai una promessa che divora.

Non troverai un eroe.
Troverai un disertore.

Non troverai una verità pura.
Troverai una verità sporca,
una verità che corre,
una verità senza pistola.

Io ero un agente.
Un uomo di archivi e di ombre.
Un professionista del sospetto.

Eppure mi è accaduto l’impossibile:

ho sentito Zion come canto.
Come febbre.
Come figlio.

E allora ho capito che Zion non è un luogo.
Zion è un nome che ti spinge fuori dal mondo.

Zion è la porta che non si apre.
Zion è la marcia che non finisce.
Zion è il leone di ferro che non muore.

Per questo ripeto,
come un coro senza chiesa,
come un fuggitivo senza casa,
come un profeta senza patria:

Zion.
Zion.
Zion.

E se continuerai a leggere,
marcerai anche tu.

Non verso una bandiera.
Non verso un confine.
Non verso una conquista.

Verso una crepa.

Verso una Z.I.A.

Verso un punto del mondo
in cui la Guerra non entra
e la Gioia, finalmente,
non chiede scusa.

(Fine Proemio)

 

AVVERTENZA

Manuale d’uso del Cut-up

(come leggere un libro che ti legge)

Questo libro non si legge.
Questo libro si attraversa.

Non è un romanzo.
Non è un saggio.
Non è una testimonianza.
Non è un dossier.
Non è una preghiera.

È un campo minato di frasi.
Un archivio contaminato.
Una Z.I.A. fatta di carta, sangue, glitch e canto.

Se cerchi una trama, sei già perduto.
Se cerchi un messaggio, ti sei già consegnato.
Se cerchi un senso unico, sei già un agente del controllo.

Qui non c’è ordine.
L’ordine è la prima violenza.


1) ISTRUZIONI DI INGRESSO

Prima di leggere, fai una cosa semplice:

·         respira

·         chiudi la bocca del giudizio

·         apri l’orecchio del disturbo

Questo testo non vuole convincerti.
Vuole sabotarti.


2) NON LEGGERE IN FILA

Leggere in ordine è un rito scolastico.
La scuola è un checkpoint.

Questo libro va letto come si attraversa una città in rivolta:

·         di lato

·         sotto i portici

·         tra le sirene

·         sopra i muri

·         dietro le vetrine rotte

Apri a caso.
Scegli una frase.
Se ti sembra “bella”, sospettala.
Se ti sembra “brutta”, tienila.

La bellezza è spesso propaganda.
La bruttezza è spesso verità.


3) TAGLIA

Il cut-up non è stile.
È tecnica di fuga.

Taglia:

·         una frase liturgica

·         un referto clinico

·         un codice operativo

·         un insulto

·         una preghiera

·         un verso (“Zion Zion Zion”)

·         un frammento di marcia (“marching, marching…”)

Taglia senza pietà.
Taglia senza rispetto.

Il rispetto è l’inizio della censura.


4) INCOLLA

Incolla dove non dovrebbe stare.

·         sopra la tua giornata

·         sopra il tuo lavoro

·         sopra la tua paura

·         sopra una chat

·         sopra una lettera d’amore

·         sopra un verbale

·         sopra una notizia di guerra

Il cut-up è questo:
mettere due cose vicine finché si rivelano.

Non cercare coerenza.
Cerca corto circuito.


5) CONTAGIA

Questo libro non ti dà una verità.
Ti dà un virus linguistico.

Il virus ha un nome:

ZION

Ripetilo.

Zion.
Zion.
Zion.

Non come fede.
Come interferenza.

Se dopo dieci pagine non ti risuona in testa,
stai leggendo male.


6) LE TRE MODALITÀ DI LETTURA

Scegli una modalità (o mischiale):

A) Lettura Clinica

Leggi come un medico che compila una cartella.
Ogni metafora è un sintomo.
Ogni gioia è una ricaduta.
Ogni visione è una prova.

B) Lettura Operativa

Leggi come un agente che decifra un dossier.
Ogni nome è un codice.
Ogni ripetizione è un segnale.
Ogni pagina è una missione.

C) Lettura Liturgica

Leggi come un fedele senza chiesa.
Ogni frase è un salmo rotto.
Ogni capitolo è una marcia.
Ogni silenzio è un’arma.


7) NON CERCARE IL PROTAGONISTA

Qui il protagonista cambia pelle.

È:

·         ex agente

·         profeta

·         capro espiatorio

·         padre

·         figlio

·         nemico

·         bersaglio

·         testimone

Se provi a fissarlo, ti scappa.
Se lo insegui, ti guida fuori strada.

Questo libro funziona così:
il protagonista non è un uomo,
è una funzione.


8) ATTENZIONE AI PUNTI CHIARI

Se una pagina ti sembra chiara:
è sospetta.

La chiarezza è spesso l’arma del potere.
Il potere ama ciò che si capisce subito.

Qui invece vale il contrario:

·         se ti confonde, sta lavorando

·         se ti irrita, ti ha trovato

·         se ti respinge, è vivo

·         se ti offende, è onesto

·         se ti ipnotizza, è pericoloso


9) COME RICONOSCERE UNA Z.I.A. NEL TESTO

Una Z.I.A. (Zona Irreale di Autonomia) appare quando:

·         il linguaggio si rompe

·         la trama collassa

·         il tempo si piega

·         l’identità evapora

·         la pagina diventa preghiera o rapporto operativo

·         la gioia entra come scandalo

Quando succede, non scappare.

Resta lì.

Quella è la Terra Promessa del libro:
non un luogo geografico,
ma una crepa dove lo Stato non entra.


10) IL TEST DI VERITÀ

Alla fine di ogni sessione di lettura, chiediti:

1.      Mi sento più obbediente o più libero?

2.      Ho capito tutto o mi è rimasta una febbre?

3.      Questa frase mi serve o mi disarma?

4.      Sono diventato più sicuro o più vivo?

Se ti senti “migliore”, hai fallito.
Se ti senti “peggiore”, sei vicino.


11) ISTRUZIONI FINALI (la regola d’oro)

Non cercare Zion come destinazione.
Zion è un movimento.

Zion è:

·         la marcia

·         la fuga

·         la nascita

·         il canto

·         la gioia illegale

E se questo libro ti legge,
è perché tu, in qualche punto,
sei già stato scritto dal nemico.

Questo testo è un tentativo di cancellare il copione.


12) SIGILLO

Ripeti prima di chiudere:

Zion non è una terra.
Zion è una decisione.
Zion è un Tu.
Zion è una Z.I.A.

E poi:

Taglia.
Incolla.
Contagia.

(Fine Manuale d’uso del Cut-up)

 

 

 

 


LIBRO I — IL GIURAMENTO (Il Nome in Codice)

1. Il Nome: ZION

Ascolta, Lettore, e non chiedermi ordine,
perché l’ordine è già un’arma.
E non chiedermi chiarezza,
perché la chiarezza è spesso il primo volto della menzogna.

Io ti racconto l’inizio come si racconta un giuramento:
non con la memoria,
ma con la cicatrice.

Il mio nome vero non importa.
Il mio nome vero è stato bruciato in una stanza senza finestre,
dove le pareti assorbivano le parole
e restituivano soltanto silenzio operativo.

Sono stato addestrato a non esistere.
A diventare funzione.
A respirare dentro un codice.

Eppure, tra tutti i codici,
uno solo ha cominciato a vivere.

Uno solo ha cominciato a parlarmi.

Uno solo ha smesso di essere parola
ed è diventato destino.

ZION.

Zion.
Zion.
Zion.


1.1 Il nome come arma

Non mi fu consegnato come una promessa.
Mi fu consegnato come un ordine.

Un nome in codice non è un nome:
è un proiettile che entra nella lingua.
È una chiave che apre porte che non avresti voluto attraversare.
È una frase che ti ruba la bocca.

Nel dossier era scritto così, in nero su bianco:

OPERAZIONE: ZION
OBIETTIVO: STABILITÀ
RISCHIO: CONTAGIO
PROCEDURA: CONTENIMENTO

Ma la carta mente sempre.
La carta dice “stabilità” e intende “paura”.
Dice “sicurezza” e intende “guerra”.
Dice “contenimento” e intende “sparizione”.

Io l’ho capito tardi.

Perché all’inizio ci credi.
All’inizio credi che il mondo sia una cosa semplice:
noi e loro,
ordine e caos,
difesa e minaccia.

Poi un nome comincia a vibrare.

E il nome diventa canto.


1.2 Il giuramento

Il giuramento non è un sì.
Il giuramento è un taglio.

Mi fecero ripetere parole antiche,
parole che sembravano preghiere
ma erano soltanto procedure.

Mi dissero:
“Ricorda. Non sei più un uomo. Sei un compito.”

Mi dissero:
“Non sei più un volto. Sei un passaggio.”

Mi dissero:
“Non sei più una vita. Sei una linea.”

E io giurai.

Girai la testa verso il muro
come si gira verso un dio invisibile,
e pronunciai il mio primo tradimento:

obbedisco.

Il giuramento non ti dà forza.
Ti toglie il tremore.
E quando ti toglie il tremore,
ti rende capace di fare tutto.

È così che nasce il mostro:
non dal male,
ma dall’assenza di vibrazione.


1.3 Zion come febbre

All’inizio Zion era solo una parola tra molte.

Poi diventò una musica.

Una musica che non avevo scelto.

Una musica che entrava nei sogni,
che entrava nei silenzi,
che entrava perfino nei giorni in cui credevo di essere “normale”.

Zion.
Zion.
Zion.

La parola non mi dava pace.
Non mi dava riposo.
Non mi dava patria.

Mi dava un compito infinito.

E io, che ero addestrato a eseguire,
cominciai a confondere il compito con la vita.

Questo è il primo errore di ogni agente:
scambiare l’ordine per il destino.


1.4 Primo cut-up (trascrizione disturbata)

(nastro recuperato — audio degradato — voce maschile, tono neutro)

“Il soggetto presenta…
manie di persecuzione…
rischio di contaminazione ideologica…
necessaria deprogrammazione…”

(interferenza)

“Marching, marching, marching…”

(interferenza)

“Ho toccato la pancia… sopraffatta…”

(interferenza)

“Running like a fugitive…”

(interferenza)

“Sicurezza nazionale… stabilità…”

(taglio netto)

E io, ascoltando quel nastro, capii la verità:
non era più un’operazione.
Era un canto.

Non era più una missione.
Era un figlio.

Non era più una parola.
Era una febbre.


1.5 La Terra Promessa e la Terra Proibita

Mi avevano insegnato a chiamarla “Terra Promessa”.
Ma una promessa, quando diventa confine,
si trasforma in recinto.

E un recinto, prima o poi,
chiede sangue.

C’è una differenza che nessuno ti spiega, finché non è troppo tardi:

·         la Terra Promessa ti chiama

·         la Terra Proibita ti possiede

E Zion…
Zion era entrambe.

Zion era ciò che cercavo
e ciò che mi stava divorando.


1.6 Il Nome come porta

Ogni nome è una porta.

Ma questa porta non si apriva verso una casa.
Si apriva verso una macchina.

Una macchina fatta di:

·         archivi

·         mappe

·         identità

·         colpa

·         memoria

·         vendetta

·         liturgia

·         cemento

·         checkpoint

Io stavo entrando in Zion
senza entrare da nessuna parte.

E più avanzavo,
più sentivo che non era una terra ad aspettarmi.

Era una funzione.

Una funzione che mi stava riscrivendo.


1.7 Il segreto del codice

I codici sono fatti per proteggere.
Ma proteggono sempre qualcuno da qualcun altro.

E quando ti consegnano un nome in codice,
ti stanno dicendo:

“Questo nome non deve essere compreso.
Deve essere eseguito.”

Zion non doveva essere capito.
Doveva essere compiuto.

Eppure, io lo capivo lo stesso.
Lo capivo con il corpo.

Perché ogni volta che lo pronunciavo,
sentivo un tremore nella lingua.

Come se la parola fosse viva.

Come se la parola fosse un animale.

Come se la parola fosse un leone.

E allora la frase entrò in me,
come un’istruzione e come una bestemmia:

I’m gonna be iron like a lion in Zion.

Non era forza.
Era sopravvivenza.


1.8 Il Giuramento si spezza (ma non ancora)

Non ti dirò subito quando ho tradito.
Perché il tradimento non avviene in un momento.
Avviene lentamente.

Avviene quando cominci a sentire
che la tua obbedienza non è più protezione,
ma prigione.

Avviene quando il nome in codice
diventa un nome che ti guarda.

E allora, Lettore, io ti lascio con la prima legge di questo viaggio:

Se un nome ti chiama troppo forte,
non è più un nome.
È un destino.

Zion.
Zion.
Zion.

E io ho giurato su quel nome.

E da quel giuramento,
è cominciata la mia Odissea.

(Fine LIBRO I — Capitolo 1)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIBRO I — IL GIURAMENTO (Il Nome in Codice)

2. Io, ex agente: la macchina e il sangue

Ascolta, Lettore.
Non ti parlerò come un uomo libero.
Perché io non sono nato libero:
io sono stato fabbricato.

E chi viene fabbricato non ha un’infanzia,
ha un addestramento.
Non ha un carattere,
ha una procedura.
Non ha un cuore,
ha una funzione.

Io ero un agente.

E quando dico “agente” non intendo un eroe.
Non intendo un patriota.
Non intendo un guerriero.

Intendo una cosa più fredda:

un ingranaggio con un volto.

Un pezzo di carne
inserito dentro una macchina che pensa al posto tuo.


2.1 La macchina

La macchina non ha un re.
Non ha un dio.
Non ha un centro.

Ha soltanto continuità.

La macchina vuole durare.
E per durare deve nutrirsi di:

  • paura
  • informazione
  • obbedienza
  • nemici
  • emergenze
  • giustificazioni
  • silenzi

La macchina non ama la verità.
Ama la stabilità.

E la stabilità è una menzogna che si ripete abbastanza a lungo
da sembrare pace.

Io l’ho imparato presto:
la pace è un documento.
La pace è un comunicato.
La pace è un titolo.
La pace è un’intervista.

La guerra invece è lavoro.
È quotidiana.
È amministrata.
È normale.

La guerra è la macchina che respira.


2.2 Il sangue

Il sangue è ciò che la macchina non capisce.
Perché il sangue non è una strategia.
Il sangue è una memoria animale.

Io portavo sangue nelle vene
ma mi comportavo come se non esistesse.

Mi avevano insegnato a guardare senza tremare.
A ascoltare senza reagire.
A mentire senza sudare.
A entrare nelle case altrui
come se fosse un diritto naturale.

Mi avevano insegnato la differenza tra:

  • bersaglio
  • obiettivo
  • collateralità
  • danno accettabile
  • rischio operativo

Parole lisce.
Parole pulite.
Parole che lavano via la carne.

Eppure, Lettore, il sangue non si lava.

Il sangue resta.
Resta nelle mani anche quando non lo vedi.
Resta nei sogni anche quando non dormi.


2.3 Il primo comando

Il primo comando non è “uccidi”.
È più sottile.

Il primo comando è:

non sentire.

Perché se senti, ti fermi.
Se ti fermi, pensi.
Se pensi, dubiti.
Se dubiti, diventi inutile.

E un agente inutile è un agente morto.

La macchina non ti uccide subito.
Prima ti svuota.

Ti svuota e poi ti usa.


2.4 La grammatica dell’apparato

Tu credi che la guerra sia caos.
Ma la guerra vera è grammatica.

La guerra vera è un lessico.
È un linguaggio.

Io parlavo quel linguaggio come una lingua madre:

  • infiltrazione
  • copertura
  • fonte
  • contatto
  • estrazione
  • disinformazione
  • pressione
  • neutralizzazione

Queste parole non descrivono.
Queste parole producono.

Producono realtà.
Producono destino.

Quando dici “neutralizzare”
stai dicendo: “non è più una persona”.

Quando dici “contenere”
stai dicendo: “non deve più esistere fuori da qui”.

Quando dici “sicurezza”
stai dicendo: “ho diritto a tutto”.

La macchina parla così:
non per spiegare,
ma per autorizzare.


2.5 Cut-up: referto + salmo + ordine

(pagina strappata / cartella clinica / timbro rosso)

“Soggetto: ipervigilanza”
“Soggetto: manie di persecuzione”
“Soggetto: deliri di riferimento”
“Soggetto: rischio di auto-lesione”
“Soggetto: necessaria sedazione”

(interferenza, canto lontano)

“Marching, marching, marching…”
“Beautiful, beautiful Zion…”

(ordine operativo, voce metallica)

“Confermare identità.”
“Controllare la porta.”
“Non lasciare tracce.”

(taglio)

Io ero tutto questo.
E non ero niente.


2.6 La colpa perfetta

La colpa perfetta non fa rumore.
Non grida.
Non chiede scusa.

La colpa perfetta è quella che si presenta come dovere.

Io ho fatto cose che non racconterò con dettagli.
Perché il dettaglio è pornografia del dolore.
E io non voglio eccitare il lettore:
voglio svegliarlo.

Ma sappi questo:

la macchina ti porta sempre in un punto
in cui non puoi più dire:

“non lo sapevo.”

Perché lo sai.

E quando lo sai e lo fai lo stesso,
diventi parte del culto.

Non un culto religioso.
Un culto operativo.

Il culto della necessità.


2.7 La prima crepa: Zion come figlio

Poi è accaduta una cosa che non era prevista.

Una cosa che la macchina non sa gestire.

La macchina sa gestire:

  • la paura
  • la rabbia
  • la vendetta
  • il patriottismo
  • l’odio

Ma non sa gestire una cosa semplice:

la gioia.

E la gioia, come un sabotaggio,
è entrata nel mio mondo con un nome.

Zion.

Zion non come territorio.
Zion non come bandiera.
Zion non come dottrina.

Zion come figlio.

Zion come nascita.

Zion come atto del cuore contro la testa.

E io, che avevo giurato sulla macchina,
ho sentito per la prima volta una frase proibita:

forse non voglio più obbedire.


2.8 Il sangue contro la macchina

Quando la macchina ti ha formato bene,
tu non senti più il sangue.

Ma il sangue non smette di chiamarti.

Chiama nei sogni.
Chiama negli odori.
Chiama nei volti che non riesci a dimenticare.
Chiama nel silenzio dopo il rumore.

E il sangue ti dice una cosa sola:

tu non sei una funzione.

Tu sei un corpo.

Tu sei una ferita.

Tu sei un tremore.

E io tremavo.

Non davanti al nemico.
Non davanti al rischio.
Non davanti alla morte.

Tremavo davanti alla possibilità di essere umano.


2.9 L’ultimo agente

Sai cos’è un ex agente, Lettore?

È uno che ha disertato dal proprio linguaggio.
Uno che ha smesso di credere alle parole che lo tenevano in piedi.

È uno che non può tornare indietro,
ma non sa ancora dove andare.

È uno che ha visto la Terra Promessa
trasformarsi in apparato.

È uno che ha capito che la promessa, quando diventa Stato,
diventa anche prigione.

E allora resta solo una via:

la fuga.

Ma non la fuga vigliacca.

La fuga come marcia.

La fuga come canto.

La fuga come Z.I.A.


2.10 Sigillo del capitolo

Io sono stato un agente.
La macchina mi ha dato una lingua.
Il sangue me l’ha strappata via.

E adesso io parlo così:
a pezzi,
a scatti,
a preghiere spezzate,
a ordini invertiti.

Perché questo libro non è una confessione.

È un disinnesco.

Zion.
Zion.
Zion.

E io, ex agente,
sto imparando a pronunciarlo
senza uccidere.

(Fine LIBRO I — Capitolo 2)

 

 

 

 

 

 

 

LIBRO I — IL GIURAMENTO (Il Nome in Codice)

3. La prima missione: entrare nel mito

Non fu un ordine gridato.
Non fu una cerimonia.
Non fu un rito solenne.

Fu peggio.

Fu normale.

La prima missione arrivò come arrivano le cose che cambiano la vita:
con un foglio,
con una firma,
con un tono tranquillo,
con la voce di qualcuno che non tremava.

E il foglio diceva soltanto questo:

ENTRARE NEL MITO.

Io, che ero ancora giovane nella macchina,
pensai fosse una metafora.

Ma la macchina non usa metafore.
La macchina usa simboli soltanto quando servono a governare.

E quel giorno compresi una legge invisibile:

ogni Stato è una religione che finge di essere razionale.
ogni religione è uno Stato che finge di essere eterno.

E Zion…
Zion era il punto in cui le due cose si toccavano.


3.1 Il mito non è una storia: è un’arma

Mi dissero:

“Non devi capire.
Devi entrare.”

Entrare nel mito significa questo:
diventare parte di una narrazione più grande del tuo corpo.

Quando entri nel mito, il mito ti prende.

Ti toglie il dubbio.
Ti toglie la fatica del pensare.
Ti dà un ruolo.

E un ruolo è una gabbia che ti fa sentire necessario.

Io ero stato addestrato per questo:
sentirmi necessario.


3.2 Briefing: l’epica come procedura

La stanza era fredda.
Non fredda di temperatura:
fredda di intenzione.

Una mappa sul tavolo.
Una luce sopra la mappa.
Una mano che indicava un punto.

Il punto non era un luogo.
Era una parola.

E la parola era: ZION.

Mi dissero:

  • “Qui non ci sono civili.”
  • “Qui non ci sono innocenti.”
  • “Qui ci sono soltanto effetti.”
  • “Qui ci sono soltanto rischi.”
  • “Qui ci sono soltanto conseguenze.”

La guerra, quando è amministrata bene,
cancella l’umano con la grammatica.

E la grammatica, Lettore,
è più efficace di qualsiasi fucile.


3.3 Entrare nel mito significa cambiare pelle

Non entri nel mito con i piedi.
Entri nel mito con la lingua.

Devi imparare a parlare come loro,
anche se “loro” sei tu.

Devi imparare a dire:

  • “terra” invece di “corpo”
  • “confine” invece di “ferita”
  • “sicurezza” invece di “paura”
  • “ordine” invece di “vendetta”
  • “stabilità” invece di “guerra infinita”

E poi devi smettere di ricordare
che esistono altre parole.

Questo è l’addestramento vero:
non imparare a colpire,
ma imparare a non nominare.

Perché ciò che non nomini
non esiste.


3.4 Cut-up: Hymn / Protocollo / Allucinazione

(coro lontano — voci maschili e femminili — canto antico)

“Zion… Zion… Zion…”

(voce metallica — ordine operativo)

“Verifica identità.
Stabilire contatto.
Estrarre informazione.
Eliminare interferenza.”

(voce di donna — dolcezza feroce)

“Unsure of what the balance held
I touched my belly overwhelmed…”

(interferenza)

“Running like a fugitive…”

(taglio)

In quel momento io capii:
il mito era già entrato in me.

E io ero già un territorio.


3.5 La Terra Promessa come teatro

Tu credi che la Terra Promessa sia un luogo.
Ma la Terra Promessa, quando diventa missione,
diventa teatro.

E in teatro ci sono ruoli:

  • il difensore
  • il terrorista
  • il martire
  • il colono
  • il profeta
  • il traditore
  • il folle
  • il capro espiatorio

La macchina assegna ruoli come un regista.

E se non reciti bene,
ti sostituisce.

Non con un altro attore.
Con un altro cadavere.


3.6 Il primo incontro: il volto che non doveva esistere

Mi avevano preparato per tutto,
tranne che per un volto.

Perché il volto è pericoloso.

Il volto non è un dato.
Il volto non è un obiettivo.
Il volto non è un numero.

Il volto è un Tu.

E il Tu distrugge la missione.

Io vidi un volto.
Non ti dirò dove.
Non ti dirò quando.

Ma ti dirò cosa accadde:

per un secondo
la macchina si spense.

Per un secondo
non ero un agente.

E in quel secondo,
Zion cambiò significato.

Non fu più promessa.
Non fu più terra.
Non fu più bandiera.

Fu domanda.

E la domanda era:

chi sto cancellando per esistere?


3.7 Il mito chiede sangue (sempre)

Il mito non vive di idee.
Vive di sacrifici.

Ogni mito pretende un’offerta.

  • un corpo
  • una casa
  • un nome
  • un figlio
  • una memoria

La macchina chiama tutto questo “necessità”.

Ma la necessità è spesso solo un altare.

E sull’altare, Lettore,
non ci finisce mai chi comanda.

Ci finisce sempre qualcuno che non conta abbastanza.


3.8 La prima missione fallì (ma nessuno lo disse)

Una missione non fallisce quando non raggiunge l’obiettivo.
Fallisce quando l’agente torna indietro con una crepa.

Io tornai indietro con una crepa.

Non una ferita visibile.
Una crepa nel linguaggio.

Da quel giorno, certe parole non mi entrarono più in bocca.

“Stabilità.”
“Sicurezza.”
“Danno accettabile.”

Mi restò in gola una sola parola,
come un nodo,
come un canto,
come un virus:

Zion.

Zion.
Zion.

E la macchina, che sente tutto,
cominciò a sospettare di me.


3.9 Il mito ti possiede finché non lo tradisci

Entrare nel mito è facile.
Uscirne è impossibile.

Perché il mito non è fuori di te.
Il mito è diventato te.

Eppure esiste un punto,
un punto minuscolo,
in cui puoi scegliere.

Non di vincere.
Non di salvarti.

Di tradire.

Tradire il ruolo.
Tradire la funzione.
Tradire la narrazione.

E in quel punto nasce l’ultimo zelota:
non colui che combatte per il mito,
ma colui che combatte contro il mito
pur avendolo amato.


3.10 Sigillo del capitolo

La mia prima missione era entrare nel mito.
Ci sono entrato.

E nel mito ho perso il mio nome.

Ma ho trovato qualcosa che la macchina non aveva previsto:

la gioia nera della diserzione.

La possibilità che Zion non sia una terra da possedere,
ma una Z.I.A. da attraversare.

Una zona irreale di autonomia,
dove la guerra non entra
e la parola torna viva.

Zion.
Zion.
Zion.

(Fine LIBRO I — Capitolo 3)

 

 


Process ama l’Apocalisse

 ### Process Ama l’Apocalisse (Ne Rimarrà Solo Uno)#### Verso 1*Riccardino piange sul rogo,**“Il processo ama l’apocalisse, ne rimarrà solo ...