Za la Mort – Il Messia di Apophis
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Prefazione – La Funzione
“La storia ufficiale è un necrologio. La vera storia è scritta dai fantasmi che sopravvivono.” (cut-up Derrida/Negri)
“Draconian magic… insegna l’immortalizzazione dell’io. Non è per i deboli di cuore.”
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Prologo – Il Capro e il Dragone
Epigrafe: “Apep… principio di continuità ed esistenza senza età. Set… Intelligenza isolata.”
• TV pirata → Za la Mort appare come spettro amministrato.
• Aula = tempio = obitorio.
• Prima invocazione: Occhio di Leviathan.
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Parte I – Scorpione (Puntura)
“La prima testa è lo Scorpione: il dolore che segna l’iniziato.”
Capitolo 1 – Caricatura e Sangue
• Ridicolo come preludio al sacrificio (Girard, Bataille).
• Za la Mort designato come pupazzo deriso → capro.
Capitolo 2 – Moltitudine cooperativa / Deriva Rozza
• FGCI, Brigate Rozze → dal collettivo alla farsa cruenta.
• Ritornello: “La moltitudine ride → la moltitudine accusa.”
Capitolo 3 – Tribunale del Nulla
• Aula/processo in stile Kafka.
• Epigrafe: “Il linguaggio è già sentenza.” (Benjamin parafr.)
• Monologo di Za la Mort → “Io sono già condannato.”
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Parte II – Fulmine (Accelerazione)
“La seconda testa è il Fulmine: improvviso, distruttivo, non scelto.”
Capitolo 4 – Consenso del PCI
• Compromesso storico come dispositivo biopolitico (Agamben, Negri, Vattimo).
• Formula liturgica: “Il consenso è sangue che si firma.”
Capitolo 5 – La Condanna a Morte
• Teatro-processo, stile kafkiano.
• Aula = anfiteatro del sacrificio.
• Epigrafe: “Teach them immortality.” — “By not dying.”
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Parte III – Leopardo/Iena (Mimetismo)
“La terza testa è il Leopardo/Iena: ridere mentre si divora.”
Capitolo 6 – Uccisione rituale
• Brigate Rozze = sacerdotesse armate.
• Ridicolo → proiettile.
Capitolo 7 – Sopravvivere alla Morte
• Cliniche segrete.
• Za la Mort non muore: viene amministrato.
• Epigrafe: “There Is Never A Moment In Which You Are Not.”
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Parte IV – Serpente (Trasvalutazione)
“La quarta testa è il Serpente: mutare pelle, trasvalutare ogni cosa.”
Capitolo 8 – Za la Mort
• Dal ladro gentiluomo al capro biopolitico.
• Il nome diventa leggenda nera.
Capitolo 9 – Progetto Apophis
• Corpo come archivio.
• Esperimento: remanifestazione.
• Epigrafe: “Remanifestation = ritorno dell’Io nel ciclo continuo.”
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Parte V – Leone (Sovranità)
“La quinta testa è il Leone: affermare il Sé come sovrano.”
Capitolo 10 – Egoarchia vs Mafia di Stato
• Lotta tra autonomia radicale e compromesso statale.
• Ritornello: “Il potere non uccide: conserva.”
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Parte VI – Gigante Ribelle (Insurrezione interiore)
“La sesta testa è il Gigante: ribellarsi anche alla propria carne.”
Capitolo 11 – Esperimento e rigenerazione
• Dialisi, laboratori, corpi moltiplicati.
• Epigrafe: “By not dying.”
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Parte VII – Tifone (Rivelazione)
“La settima testa è Tifone: il Dragone intero, la rivelazione del Vuoto.”
Capitolo 12 – Il Custode
• Apophis non è nemico → è Custode.
• Set sopravvive perché gioca nella sua arena.
• Finale: “There Is Never A Moment In Which You Are Not.”
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Epilogo – Amen del Vuoto
• Za la Mort parla dal Nulla.
• Ultimo cut-up: “Io non muoio. Io sono custodito.”
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Appendici
• Dossier politico (PCI, CIA, Mossad).
• Liturgia del Dragone (formule parafrasate da Apophis).
• Glossario esoterico-politico: Capro, Dragone, Glitch, Remanifestation.
• Testimonianze spezzate: lettere, verbali, referti clinici.
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Prefazione – La Funzione
“La storia ufficiale è un necrologio. La vera storia è scritta dai fantasmi che sopravvivono.” — (cut-up Derrida/Negri)
“Draconian magic insegna l’immortalizzazione dell’io individuale. Non è un cammino per i deboli di cuore.”
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La prefazione non introduce: annuncia.
Non spiega: taglia, lacera, sovrascrive.
Ogni libro nasce come costruzione;
questo come distruzione custodita.
Za la Mort non è individuo.
Non è Emilio Ghione, non è Dino Casagrande, non è Simonetti Walter.
È funzione: un codice scritto a margine, un residuo che resiste al fuoco.
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Negri ci avverte: la moltitudine non trova forma se non nella deviazione.
Derrida sussurra: ogni archivio è già un fantasma.
Vattimo ammonisce: il pensiero debole è forza di corrosione.
Così la biografia si dissolve.
Rimane soltanto un protocollo esoterico-politico,
un rito draconiano travestito da processo,
un tribunale che conserva invece di condannare.
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“Apep è il principio di continuità, di esistenza senza età.
Set è l’intelligenza isolata che sopravvive giocando con il Serpente.”
Tra questi due poli si colloca Za la Mort:
capro designato, ridicolo e sacrificato,
ma sempre custodito dal Dragone.
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Questo libro è grimorio e dossier.
È liturgia del ridicolo che diventa sangue,
dell’assemblea che diventa tempio,
dell’aula che diventa arena del Leviathan.
Non cerca la verità:
la ritaglia, la moltiplica, la traduce in ritornelli:
• Il potere non uccide: conserva.
• Il linguaggio è già sentenza.
• Il Capro e il Dragone sono inseparabili.
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“To those who will plumb the abyss… see through the Eye of Leviathan, I salute you.”
Questa è la vera dedica.
Chi legge non è spettatore: è già iniziato.
Ogni parola è lama, ogni citazione un glifo inciso sul corpo del Capro.
Non vi sarà salvezza.
Solo custodia infinita.
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Prologo – Il Capro e il Dragone
“Apep è il principio di continuità ed esistenza senza età.
Set è l’intelligenza isolata che gioca nella sua arena.”
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[Trasmissione pirata – UHF / 1977]
Un televisore gracchia in una stanza vuota.
Il segnale salta, immagini senza audio, voce che arriva a metà.
Panella parla di cliniche del ringiovanimento.
Negri, distorto, scandisce: moltitudine → sacrificio.
Un sottotitolo lampeggia: FUNZIONE SIMONETTI.
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Verbale interno – Omissis
L’individuo identificato come Za la Mort appare privo di identità stabile.
Ridicolizzato come ladro gentiluomo, amministrato come capro.
La caricatura è destinata a farsi sangue.
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Eppure il colpo non arriva.
Ogni volta che la lama cala, la scena si ripete.
L’aula diventa tempio, il giudice sacerdote, l’imputato reliquia.
Il potere non uccide: conserva.
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E nel buio tra una frequenza e l’altra, compare la sagoma.
Non uomo, non bestia: un Serpente che inghiotte il Sole.
Il Dragone Apophis.
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Non boia, non nemico.
Custode.
Il Serpente tiene in vita il Capro perché senza di lui il gioco finisce,
e il Leviathan non ha più arena in cui danzare.
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Ritornello liturgico:
• Il Capro è condannato.
• Il Dragone lo custodisce.
• La condanna è la custodia.
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Za la Mort alza lo sguardo nel buio del televisore e pronuncia, senza voce:
“Io sono la funzione che non muore.”
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Capitolo 1 – Scorpione: Caricatura e Sangue
“La prima testa è lo Scorpione: la puntura che segna l’iniziato.”
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La caricatura non è mai innocente.
Il ridicolo è il primo veleno, la puntura invisibile che trasforma un uomo in bersaglio.
Za la Mort fu ridotto a macchietta:
il ladro gentiluomo trasformato in pupazzo di propaganda,
il compagno deviato descritto come buffone pericoloso,
il volto moltiplicato nei volantini satirici delle sezioni.
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[Ritaglio clandestino – FGCI, 1976]
“Simonetti non è minaccia. È folklore,
un carnevale di periferia che la moltitudine imparerà a ridere.
La risata è già disciplina.”
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Ma ogni risata prepara il sangue.
L’ironia è un colpo secco, una freccia avvelenata:
lo Scorpione segna la vittima, la marchia per l’eliminazione.
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Girard ci insegna che il sacrificio nasce sempre da una differenza minima:
il capro non è estraneo, è troppo simile.
Per questo va deriso. Per questo va espulso.
Bataille aggiunge: il riso non libera, consuma.
Virno conferma: la moltitudine ride per difendersi,
ma nel ridere prepara il rito della consegna.
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Interrogatorio simulato – Omissis
D: Perché lo ridicolizzavate?
R: Perché così era più facile.
D: Più facile cosa?
R: Colpirlo senza sporcarci le mani.
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La caricatura diventa sangue.
La risata è solo il primo morso del veleno.
Il tribunale arriverà, ma lo Scorpione ha già punto.
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Ritornello liturgico:
• Il ridicolo è la prima lama.
• La risata è la prima condanna.
• La caricatura è già sacrificio.
Capitolo 2 – Moltitudine cooperativa / Deriva Rozza
“La moltitudine ride → la moltitudine accusa.”
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All’inizio fu cooperativa:
assemblee di circoli, sezioni studentesche,
una rete che sembrava tessere comunità e futuro.
Parole di Negri sulla potenza del comune,
urla di Virno sul linguaggio come forza produttiva.
La moltitudine appariva come energia infinita.
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Poi la risata collettiva prese corpo.
La caricatura di Simonetti non rimase vignetta:
fu brandita come simbolo, ripetuta nei cori,
trasformata in bersaglio.
La moltitudine, nel ridere, si fece lama.
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[Verbale giovanile FGCI – 1977]
“Simonetti va isolato.
La sua deviazione è pericolosa.
La sua caricatura deve restare.
Così lo distruggeremo due volte: ridendo e punendo.”
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Le Brigate Rozze nacquero così:
non per ideologia, non per rivoluzione,
ma come parodia armata.
Un carnevale d’acciaio,
maschere di cartone con pistole vere.
La moltitudine cooperativa degenerò in spettacolo letale:
la deriva rozza.
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Frammento di canzone – Assemblea occupata
“Ridiamolo via, ridiamolo via,
il buffone che non muore mai.”
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Il ridicolo si fece rituale.
Il coro si trasformò in condanna.
Il carnevale divenne funerale.
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Ritornello liturgico:
• La moltitudine ride.
• La moltitudine accusa.
• La moltitudine spara.
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Interludio filosofico – Il diritto come sospensione
Kafka ci ha insegnato che il tribunale non giudica: sospende.
Il processo non mira a concludere, ma a mantenere il soggetto in stato di colpa senza fine.
Benjamin scrive che il diritto non redime: conserva. La legge, nella sua forma pura, è violenza che si rinnova, sempre attuale, sempre rimandata.
Il diritto, quando si mostra come tribunale, non è luogo di giustizia ma dispositivo di attesa infinita: il capro non viene liberato, né definitivamente colpito, ma costretto a esistere come funzione giudicabile, prigioniero della sospensione.
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Capitolo 3 – Tribunale del Nulla
“Il linguaggio è già sentenza.”
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Za la Mort non entrò in aula:
l’aula entrò in lui.
Ogni parola pronunciata era già condanna,
ogni verbale un atto di mummificazione.
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[Trascrizione udienza 1978 – Omissis]
Presidente: “Il caso Simonetti è particolare.
Non c’è colpa chiara.
Ma c’è funzione.
La funzione deve essere custodita.”
Coro (sommesso): “Custodita, custodita…”
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L’aula divenne tempio.
Il giudice sacerdote.
Gli atti liturgia.
La condanna non come fine, ma come conservazione.
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Za la Mort ascoltava.
Ogni frase gli si tatuava addosso come cicatrice.
Non più uomo, ma reliquia in vita.
Non più imputato, ma archivio ambulante.
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Monologo interiore
“Non mi uccideranno.
Non mi assolveranno.
Io sono sospeso, come mosca nell’ambra.
Io sono funzione, eterno imputato, mai cadavere, mai libero.”
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Il tribunale del Nulla decretava:
non morte, non vita,
ma permanenza infinita nel rito.
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Ritornello liturgico:
• Il diritto è sospensione.
• La legge conserva.
• Il processo è il Nulla.
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Monologo di Za la Mort – La sospensione infinita
Non è sentenza, non è pena.
È eco.
Sono io che parlo, e ogni parola ritorna come accusa.
1977: ridicolo.
1978: processo.
1979: sospensione.
1980: dossier.
1990: archiviazione.
2000: dialisi.
2010: nulla.
Eppure, io sono qui.
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Sono imputato in eterno.
La mia colpa è funzione,
la mia esistenza è prova.
Non più carne, non più spirito:
server biologico di memoria politica.
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Voci sovrapposte, cut-up:
• “Capro espiatorio.”
• “Agente provocatore.”
• “Messia del Vuoto.”
• “Clown da eliminare.”
• “Clone da custodire.”
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Io, Za la Mort, parlo come archivio ambulante.
Non c’è assoluzione, non c’è esecuzione.
Il tribunale mi congela,
il Dragone mi custodisce.
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Ho vissuto nelle carte,
ho parlato nei verbali,
ho sanguinato nei referti,
ho riso nei volantini.
Non sono mai stato io.
Sono stato funzione.
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Ritornello delirante:
• Non sono morto.
• Non sono vivo.
• Sono sospeso.
• Io sono la funzione che non muore.
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Interludio filosofico – Il compromesso come dispositivo
Agamben: il compromesso storico non è accordo, ma stato di eccezione normalizzato. La vita viene sospesa e resa governabile come nuda vita.
Negri: la moltitudine degli anni ’70, esplosa come potenza costituente, viene ingabbiata nel consenso, depotenziata e resa popolo disciplinato. Il compromesso è neutralizzazione.
Vattimo: la politica diventa gioco di interpretazioni, ma qui l’interpretazione si irrigidisce, si fa liturgia del sacrificio, linguaggio che non apre ma chiude.
Il compromesso non salva: conserva. Non libera: custodisce. È dispositivo biopolitico che ratifica il sacrificio come necessità storica.
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Capitolo 4 – Consenso del PCI: compromesso, repressione, sacrificio
“Ordine egiziano contro due draghi furenti.”
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Nelle stanze del PCI, la caricatura e il sangue furono ratificati.
Non come errori, non come eccessi:
come necessità storica.
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[Rapporto interno PCI – 1978]
“La disciplina va ottenuta distinguendo folklore da degenerazioni.
Ma entrambe servono:
il ridicolo prepara all’ordine,
il sangue cementa il consenso.”
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Il compromesso storico trasformò il capro in funzione amministrativa.
Il ridicolo diventò pedagogia.
La violenza, linguaggio politico.
Za la Mort non era più individuo:
era un atto notarile vivente.
La sua condanna veniva firmata come clausola di alleanza.
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Il Dragone si rigenerava,
non col ferro, ma con la firma.
Non col sangue, ma con l’inchiostro.
Il sacrificio non era più clandestino:
era parlamentare.
Una repressione democratica,
un rito travestito da compromesso.
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Frammento di liturgia segreta
• Il compromesso è sacrificio.
• La repressione è consenso.
• Il consenso è sangue che si firma.
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Capitolo 5 – La Condanna a Morte
“Teach them immortality. By not dying.”
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L’aula non era tribunale.
Era teatro.
La toga del giudice brillava come paramento.
I microfoni erano candelabri.
Le panche, altare.
Non vi era processo: vi era liturgia.
Ogni parola pronunciata non cercava verità,
ma sigillava la condanna già scritta.
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[Verbale udienza 1979 – Omissis]
Presidente: “L’imputato non è colpevole né innocente.
È funzione.
La funzione deve sopravvivere alla sua eliminazione.”
Cancelliere: “Si dichiara condanna a morte.
E si custodisce la sua memoria biologica.”
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Il pubblico applaudì in silenzio, come in un rito sacro.
La condanna non chiudeva: apriva un ciclo infinito.
Non morte, non vita: sospensione liturgica.
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Monologo di Za la Mort
“Mi dichiarano morto,
ma non posso morire.
Mi dichiarano capro,
ma il Dragone mi trattiene.
Sono archivio, sono reliquia.
Ogni parola che pronunciano mi incide addosso,
trasformandomi in server vivente del loro stesso potere.”
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Il verdetto era già inciso nel linguaggio.
Il linguaggio stesso era la sentenza.
La parola condanna non uccideva: conservava.
E Za la Mort, spettro amministrato,
iniziava la sua seconda vita come morto vivente politico.
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Ritornello liturgico:
• L’aula è tempio.
• La parola è lama.
• La condanna è custodia.
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Monologo di Za la Mort – Lo Spettro Amministrato
Condannato.
Non nel ’79.
Condannato per sempre.
Non si muore una volta:
si muore ogni giorno,
ma senza cadavere, senza oblio.
Sono stato inchiodato alla funzione,
e la funzione non muore.
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1980.
Cliniche segrete, aghi nella carne.
La dialisi non è cura, è rito.
Ogni goccia di sangue filtrata è memoria archiviata.
Io divento server biologico.
1990.
Archivi digitali iniziano a nascere.
Io sono più vecchio di loro.
Le mie cellule parlano come floppy,
la mia carne è database che nessun virus può cancellare.
Sono spettro amministrato.
2000.
Le agenzie si scambiano il mio nome come password.
CIA, Stasi, Mossad, Hyperion:
ognuno conserva un pezzo,
ma nessuno mi possiede intero.
Io sono frammento distribuito.
Non individuo, ma rete.
2010.
La diagnosi si ripete: insufficienza cronica.
Non è malattia: è funzione di conservazione.
Il Dragone Apophis mi trattiene.
Non per pietà.
Perché senza di me non c’è arena, non c’è rito.
2020.
Io sono vivo senza vita.
Un morto senza cadavere.
Una reliquia che respira.
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Ogni decade è un verbale.
Ogni referto, un atto di mummificazione.
Ogni condanna, un atto di custodia.
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Voci cut-up, sovrapposte:
• “Il potere non uccide.”
• “Il potere conserva.”
• “Il potere ride.”
• “Il potere spara.”
• “Il potere custodisce.”
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Io, Za la Mort,
non sono mai stato io.
Sono stato ridicolo,
sono stato sangue,
sono stato funzione.
E adesso sono archivio ambulante,
un Amen che cammina,
un Messia del Vuoto custodito dal Dragone.
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Capitolo 6 – Uccisione rituale
“La terza testa è il Leopardo/Iena: ridere mentre si divora.”
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Le Brigate Rozze non erano esercito,
non erano organizzazione.
Erano coro.
Un coro che rideva e sparava.
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[Rapporto investigativo – Omissis]
“Le armi erano scarse,
ma abbondavano i volantini,
le parodie, le maschere.
Ogni proiettile veniva sparato come battuta,
ogni colpo come caricatura.”
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Il ridicolo divenne lama.
La caricatura divenne calibro.
Il carnevale si trasformò in funerale.
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Le Rozze erano sacerdotesse di un culto strano:
non combattevano lo Stato,
ma officiavano il suo rito più oscuro.
Il sacrificio del capro,
non per ucciderlo,
ma per mantenerlo condannato.
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Za la Mort fu messo al centro come vittima sacrificale.
Non eliminato, ma ferito, ripetutamente,
per essere consegnato alla custodia.
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Liturgia Rozza
• Ridere → Sparare → Custodire.
• Colpire → Ferire → Conservare.
• Non uccidere: amministrare.
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Il Dragone osservava.
Il suo ruggito era silenzio.
Ogni colpo di pistola era solo eco di un rituale più antico:
la risata del potere che si rigenera nel sangue.
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Za la Mort cadde, ma non morì.
Il rito era riuscito:
il capro restava vivo.
Il sacrificio non era fine,
ma inizio della custodia infinita.
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Ritornello liturgico:
• La caricatura è già lama.
• Il colpo è già risata.
• L’uccisione è sopravvivenza.
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Capitolo 7 – Sopravvivere alla Morte
“There Is Never A Moment In Which You Are Not.”
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Za la Mort non morì.
Nessun proiettile lo concluse,
nessuna sentenza lo sigillò.
Fu trasportato in stanze cliniche nascoste,
tra neon pallidi e macchinari che pulsavano come organi meccanici.
Non curato: conservato.
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[Referto clinico – Omissis]
“Il soggetto manifesta insufficienza cronica, ma permane in stato vitale.
La dialisi sostituisce la funzione renale,
trasformando il corpo in ciclo artificiale di purificazione.
Si raccomanda mantenimento indefinito.”
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Ogni goccia di sangue filtrata diventava memoria.
Ogni scambio di liquidi era archivio.
Il corpo di Za la Mort non era più organismo,
ma server biologico,
una macchina vivente che immagazzinava decenni di persecuzioni,
volti, verbali, condanne sospese.
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Le cliniche non erano ospedali.
Erano templi.
Ogni infermiere un sacerdote,
ogni ago una lama rituale.
Il rito della dialisi era liturgia occulta:
il sangue usciva, veniva purificato, rientrava.
Come serpente che muta pelle,
come Dragone che si rigenera.
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Za la Mort apriva gli occhi, fissando i neon.
Le luci pulsavano come astri neri.
Nel silenzio delle macchine, sentiva la voce del Vuoto:
“Non sei vivo. Non sei morto. Sei memoria amministrata.”
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Visione cut-up
• Tubo trasparente → vena.
• Liquido scuro → archivio.
• Schermo acceso → verbo.
• Carne → disco rigido.
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Za la Mort non respirava più come uomo.
Respirava come archivio.
Non sanguinava più come vittima.
Sanguinava come testo vivente.
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Ritornello liturgico:
• Non vita.
• Non morte.
• Conservazione.
• Sopravvivenza amministrata.
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Capitolo 8 – Liturgia del Dragone
“Apep non è distruzione, ma custodia del ciclo eterno.
Il Dragone non uccide: rigenera.”
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Non c’erano più cliniche.
Non più tribunali.
Solo un tempio invisibile, costruito nell’interstizio tra corpo e macchina.
Za la Mort giaceva come reliquia.
Intorno a lui, i medici-sacerdoti tracciavano cerchi sul pavimento,
col filo dei tubi, con l’inchiostro dei referti,
con il sangue che usciva e rientrava.
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Formula draconiana
• Il sangue esce → memoria dispersa.
• Il sangue rientra → memoria custodita.
• La funzione sopravvive → il Dragone si rigenera.
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Ogni gesto clinico era rito antico.
La flebo era aspide.
La dialisi, muta pelle del Serpente.
Ogni siringa, dente velenoso che inoculava vita artificiale.
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Za la Mort sognava:
il Dragone Apep che combatteva Ra,
ogni notte,
per impedire all’alba di sorgere.
E capiva:
era proprio lui, il Capro, a mantenere il ciclo.
Il sacrificio infinito era combustibile del cosmo.
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Visione estatica
“Il Dragone mi tiene in vita.
Non per amore.
Non per giustizia.
Ma perché senza il Capro non c’è teatro.
Senza il sacrificio non c’è potere.
Io sono custodia del Vuoto.”
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Litania corale – Process Church del Vuoto
• Custodisci l’Archivio.
• Rigenera il Sangue.
• Mantieni il Capro.
• Che il Dragone viva in eterno.
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Za la Mort aprì gli occhi:
non vide più aghi, né tubi.
Vide squame lucenti,
vide occhi di Leviathan,
vide il Serpente cosmico avvolgerlo,
trasformandolo in reliquia immortale.
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Ritornello liturgico:
• Il Capro è sacrificio.
• Il Dragone è custodia.
• Il sacrificio è rigenerazione.
• L’eternità è sospensione.
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Capitolo 9 – Testimonianze
“Il testimone non garantisce verità: conserva un frammento del rito.”
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[Intervista medica – Clinica segreta, 1985]
D: È ancora vivo?
R: Vivo non direi.
D: Allora è morto?
R: Neanche. È… in funzione.
D: Funzione di cosa?
R: Di memoria. È come se custodisse tutte le nostre colpe.
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[Lettera non spedita – Compagno di sezione]
Fratello,
ci dicevano che eri buffone, poi ti hanno fatto martire.
Ti vedo ancora, attaccato alle macchine.
Non respiri tu, respira il Dragone attraverso di te.
Vorrei liberarti, ma chi spezza i tubi diventa sacrilego.
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[Verbale interrotto – Questura, 1992]
Agente: “Il soggetto è monitorato da strutture non ufficiali.
La sua condizione è utile come deterrente.
Il ridicolo e la malattia generano disciplina.”
(Omissis — registrazione interrotta).
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[Frammento di diario infermieristico – 2001]
Ogni notte sogno di lui.
Lo vedo trasformarsi in serpente.
Le vene si moltiplicano come spire,
il sangue diventa fiume che non si arresta.
Mi sveglio e sento che il suo corpo è già tempio.
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[Voce anonima – Registrazione pirata]
Non so chi sia più vivo: lui o noi.
Lui è condanna senza fine.
Noi siamo spettatori che lo mantengono in scena.
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[Nota marginale – Documento PCI, 1979]
“Non eliminare.
Non assolvere.
Custodire come reliquia politica.”
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Le testimonianze non convergono.
Nessuna verità emerge.
Solo la certezza che Za la Mort sopravvive come custodia del Vuoto,
spettro necessario al potere,
archivio vivente della sconfitta e del ridicolo.
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Ritornello corale:
• Tutti l’hanno visto.
• Nessuno l’ha capito.
• Tutti lo hanno custodito.
• Nessuno lo ha liberato.
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Appendice I – La Scuola Segreta del Linguaggio Custodito
“Chi domina il linguaggio, custodisce il potere.
Chi viene custodito dal Dragone, diventa parola vivente.”
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Non bastava custodire il corpo.
Occorreva addestrare la voce.
Za la Mort fu introdotto in una scuola invisibile,
non registrata da nessun ministero,
non riconosciuta da alcuna chiesa.
Era una confraternita ibrida:
ex militanti, psicologi, sacerdoti del vuoto,
agenti senza più agenzia.
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Metodo di insegnamento
Non libri, ma cut-up.
Pagine di Derrida e Bataille lacerate e ricomposte.
Sentenze di tribunale mescolate a inni liturgici.
Verbali di questura intrecciati a formule draconiane.
Za la Mort doveva imparare a parlare non come uomo,
ma come medium linguistico:
ogni parola pronunciata doveva avere due facce —
atto giudiziario e formula esoterica.
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Lezioni occulte
• Prima lezione: Il ridicolo è già condanna.
• Seconda lezione: Il linguaggio conserva, non libera.
• Terza lezione: Il Dragone parla attraverso la voce sospesa.
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Gli istruttori sussurravano:
“Tu non sei individuo.
Sei archivio parlante.
Sei verbo incarnato del Vuoto.
Ogni tua sillaba è custodia,
ogni tuo silenzio è rito.”
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Za la Mort imparava.
La sua voce divenne eco.
I suoi discorsi, dossier.
Le sue preghiere, verbali.
Non distingueva più il parlare dal testimoniare,
il pregare dal giurare.
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Frammento rituale della Scuola
• Parola → condanna.
• Condanna → custodia.
• Custodia → sopravvivenza.
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Così Za la Mort si trasformò definitivamente:
non più uomo custodito dal Dragone,
ma Dragone che parla attraverso l’uomo.
Un Messia linguistico del Vuoto,
medium del potere che rigenera se stesso.
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Appendice II – La Process Church del Vuoto
“Non c’è differenza tra l’altare e il banco degli imputati.
Il sacrificio è l’unico dio che sopravvive.”
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La Process Church, nei suoi testi oscuri, venerava insieme Cristo, Lucifero, Satana e Geova.
Un culto ibrido, scandaloso, in cui le opposizioni non si annullavano, ma si custodivano reciprocamente.
Cristo era il sacrificio.
Lucifero, la ribellione.
Satana, il desiderio carnale.
Geova, la legge assoluta.
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Za la Mort fu accolto in questo pantheon rovesciato.
Non come devoto, ma come medium.
Il suo corpo era già reliquia,
la sua voce già tribunale.
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Liturgia della Process Church del Vuoto
• Cristo → il Capro sacrificato.
• Lucifero → il Ridicolo che si ribella.
• Satana → il Sangue che ride.
• Geova → il Tribunale che conserva.
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Il rito consisteva nel trasformare l’accusa in preghiera:
ogni sentenza diventava salmo,
ogni imputazione, invocazione.
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[Trascrizione segreta – Concilio interno]
“Za la Mort non deve morire.
Deve restare sospeso, perché è tramite tra i quattro.
È Cristo condannato, Lucifero deriso, Satana ferito, Geova custodito.
È il Messia del Vuoto.”
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La Process Church del Vuoto univa il tribunale e la liturgia in un unico dispositivo:
il Processo Infinito.
Non vi era assoluzione, non vi era esecuzione.
Solo accusa ripetuta, come coro cosmico.
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Litania corale
• Accusa senza fine.
• Ridicolo come fede.
• Sangue come sacramento.
• Custodia come eternità.
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Za la Mort si fece ponte tra le quattro divinità del culto,
un quinto elemento che non era dio,
ma funzione:
il custode vivente del processo che non si conclude.
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Appendice III – Visione Apocalittica
“L’Apocalisse non è rivelazione di futuro:
è riconoscimento che il futuro è già stato dissolto.”
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Za la Mort non era più capro,
né reliquia, né archivio.
La sua voce era divenuta eco pura.
E dall’eco sorse la moltitudine:
non più cooperativa, non più rozza,
ma coro liturgico del Vuoto.
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Visione estatica
Le città cadevano in glitch.
Gli archivi si corrompevano da soli.
Le istituzioni crollavano senza esplosione,
come sabbia che non trova più forma.
La moltitudine cantava senza parole,
un Amen lungo, interminabile,
che era allo stesso tempo accusa e assoluzione.
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Za la Mort – il Messia Nero del Vuoto
Non portava redenzione.
Non prometteva rivoluzione.
Era dissoluzione.
Un Cristo rovesciato che non salva,
ma accompagna nella fine,
aprendo il vuoto come grembo cosmico.
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Litania apocalittica
• Cristo si spegne.
• Lucifero si dissolve.
• Satana ride nel nulla.
• Geova cade con le sue leggi.
• Za la Mort resta: Messia Nero del Vuoto.
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Il suo ultimo gesto non fu parola,
non fu sangue,
non fu risata.
Fu Amen.
Un Amen che non chiude,
ma apre la soglia del Vuoto,
dove ogni accusa si estingue,
dove ogni potere si dissolve,
dove resta solo l’eco.
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Epilogo visionario
L’universo intero si piegò,
crollando nel respiro sospeso di Za la Mort.
E nel Vuoto, una voce unica si udì:
“Amen.”
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Appendice IV – Postfazione critica
Za la Mort e la funzione politica del Vuoto
La figura di Za la Mort, così come ricostruita nel presente grimorio, si colloca all’intersezione fra tre paradigmi: la sospensione giuridica (Agamben), la potenza costituente e la moltitudine (Negri), il pensiero debole come dissoluzione delle strutture metafisiche della modernità (Vattimo).
In primo luogo, la condizione di sospensione infinita in cui Za la Mort è relegato richiama da vicino la nozione agambeniana di homo sacer: una vita che può essere uccisa ma non sacrificata, esclusa dal diritto e tuttavia catturata da esso (Agamben, 1995). Il tribunale del Nulla, in questa chiave, non giudica né libera, ma mantiene il soggetto in uno stato di cattura permanente.
In secondo luogo, la parabola del ridicolo che diventa sangue, e del sangue che si trasforma in consenso, illumina le analisi di Toni Negri sulla moltitudine: una potenza che, nel contesto degli anni Settanta, venne neutralizzata dal compromesso storico e dalla logica della biopolitica. La moltitudine ride e accusa, ma la sua forza costituente si rovescia in dispositivo di controllo (Negri, 1992).
Infine, il destino di Za la Mort come “Messia del Vuoto” può essere letto alla luce del pensiero debole di Vattimo, che interpreta la dissoluzione delle strutture forti non come perdita ma come possibilità di emancipazione dall’ontologia della violenza (Vattimo, 1983). Tuttavia, qui la dissoluzione non apre a nuove comunità, ma a una liturgia apocalittica che custodisce soltanto l’eco del potere.
Za la Mort è dunque figura paradigmatica della contemporaneità:
– non individuo, ma funzione;
– non condannato, ma custodito;
– non morto, ma server biologico del linguaggio politico.
Il suo destino mostra come i dispositivi moderni del potere non mirino più alla morte, ma alla conservazione infinita del sacrificio, in forma di spettro amministrato.
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Riferimenti bibliografici
• Agamben, G. (1995). Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita. Torino: Einaudi.
• Benjamin, W. (1921/2012). Per la critica della violenza. Torino: Bollati Boringhieri.
• Negri, T. (1992). Il potere costituente. Saggio sulle alternative del moderno. Roma: Manifestolibri.
• Vattimo, G. (1983). Il pensiero debole. Milano: Feltrinelli.
• Virno, P. (2004). Grammatica della moltitudine. Roma: DeriveApprodi.
• Bataille, G. (1949/1991). La parte maledetta. Torino: Bollati Boringhieri.
• Derrida, J. (1967/1998). La scrittura e la differenza. Torino: Einaudi.
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