“ E a chi esclama, sembrandogli, nuovo messia, di annunciare alle folle la felicità massima: A ciascuno secondo il suo lavoro – si risponda forte: No! A ciascuno secondo il suo desiderio.“ MorassO uomini è idee del domani
Introduzione
(Marco Panella & Toni Negri, con Oreste Scalzone)
Erano i giorni in cui la storia non era ancora stata scritta nei manuali, ma già ribolliva nelle vene delle piazze. Marco Panella e Toni Negri, allora entrambi militanti nel Partito Radicale, trovavano in Oreste Scalzone un compagno di strada e di battaglia: un triangolo intellettuale e politico che non esitava a intrecciare le armi della critica con la critica delle armi.
Nella trasmissione televisiva che nessuno oggi osa ricordare, e che Simonetti ha riesumato come reperto fantasmatico, fu squarciato il velo del segreto di Stato sui ringiovanimenti. Non si trattava di fantascienza, ma della prosecuzione occulta di pratiche ereditate dal nazifascismo: cliniche coperte, esperimenti biopolitici, l’illusione dell’eterna giovinezza gestita da apparati paralleli di DC e PCI, in un corporativismo “frankista” che travalicava le ideologie.
Fu in quella puntata che Simonetti, allora giovane intellettuale di confine, pronunciò le parole che lo avrebbero marchiato per sempre:
“Il ringiovanimento non è medicina: è controllo sociale, è la biopolitica del capitale travestita da scienza.”
Da quel momento Simonetti non fu più un uomo, ma un archivio vivente del segreto di Stato. Tutto convergeva contro di lui: la lobby frankista, la mafia di Stato, i residui fascisti del compromesso storico. Trasformato in capro espiatorio, Simonetti divenne l’agnello sacrificale di un’Italia che non voleva né ricordare né confessare.
Panella denunciava con parole caute, Negri intravedeva il dispositivo biopolitico come continuazione del lavoro salariato in altra forma, Scalzone urlava che era tutto un complotto — “il complotto dei complotti” — che univa Mussolini e Togliatti in un’unica macchina di clientelismo e ricatto.
Così prende avvio questo saggio:
- partendo da Morasso e dal suo “atto d’accusa del lavoro” come anticipazione della ribellione operaista;
- attraversando Maury Terry e The Ultimate Evil, dove la Process Church si trasforma in lobby frankista;
- per approdare alla genealogia del complotto: dal corporativismo fascista al compromesso storico, dalle cliniche del ringiovanimento ai massacri silenziati.
E Simonetti, “figlio dell’autonomia”, resta il prisma attraverso cui si legge la verità: l’egoarchia di Morasso contro la mafia di Stato.
Prefazione
(cut-up / grimorio sporco)
Le notti sanno di piscio e di sangue coagulato.
Le cliniche del potere odorano di disinfettante e vecchia carne ringiovanita.
Nei vicoli ci si scanna per una sigaretta, nei palazzi si firmano compromessi eterni.
“Il progresso è dissoluzione dell’aggregato.” (Morasso)
“Il lavoro è trappola, non destino.” (Negri)
“La moltitudine canta, ma il potere ride.” (Virno)
Bukowski avrebbe sputato per terra e ordinato un’altra birra,
guardando la mafia di Stato che si rigenera col sangue degli altri.
Io sputo anch’io: perché non c’è differenza tra un bordello e un parlamento,
tra una siringa in vena e una legge votata a maggioranza.
Le Brigate Rozze volevano la rivoluzione, ma finirono a fare i conti come ragionieri del PCI.
Un colpo alla nuca per Simonetti, un abbonamento alle cliniche per i padroni.
La stessa moneta: la morte come stipendio differito.
“Il potere ringiovanisce perché si nutre delle nostre morti.” (Terry, innesto)
“Non lavorare è la sola libertà.” (cut-up Negri/Land)
Za la Mort non è un nome, è una bestemmia:
una cicatrice sulla pelle di questo Paese marcio,
un fantasma che ride mentre gli altri si mettono in fila per il compromesso.
Bukowski direbbe: scrivi con il fegato, non con la testa.
Burroughs: taglia la pagina, trova il senso nel sangue.
Io dico: Simonetti non è mai morto,
e ogni birra che beviamo, ogni canzone che stoniamo,
è una scheggia della sua risata che ci attraversa.
Prefazione
(alla maniera di Tom Robbins)
Immaginate un’Italia che puzza di basilico avariato, petrolio e incenso bruciato.
Un Paese che si mette la cravatta del compromesso storico per nascondere i lividi sul collo.
In questo scenario, Simonetti Casagrande Riccardo — alias Za la Mort — non è un uomo:
è un cocktail esplosivo servito in un bicchiere scheggiato, con ghiaccio sintetico e un’oliva tossica infilzata da uno stuzzicadenti rosso PCI.
La democrazia?
Un bordello con insegna al neon che lampeggia a intermittenza: APERTO 24H.
Dentro, la mafia di Stato balla il twist con i cadaveri imbalsamati dei padri costituenti,
mentre nelle cliniche private i gerarchi nazifascisti — ora in giacca Armani, ora in tonaca vaticana — si fanno ringiovanire con sangue fresco di proletario.
E poi c’è il Dragone.
Non un dragone fiabesco, ma Apopis, serpente cosmico, hacker metafisico che mastica identità e sputa cloni.
È lui che, dagli anni ’80, ha sputato fuori Casagrande Dino, fratello minore e gemello posticcio di Simonetti.
Non creatura della natura, ma dell’occulto:
mezzo bio-politica, mezzo magia nera, mezzo barzelletta.
Tre mezzi fanno un intero?
Non quando il calcolo lo fa il potere.
E se Bukowski avrebbe bestemmiato davanti a tanta farsa, io dico che il gioco è più grande:
è un circo itinerante, un Luna Park allucinato,
dove i leoni sono tossicodipendenti, i clown hanno pistole cariche,
e lo spettacolo si chiude sempre con un funerale fasullo e una resurrezione da discount.
Za la Mort non è un personaggio.
È il virus nella macchina,
il brufolo cosmico che nessun chirurgo estetico del compromesso potrà mai schiacciare.
Leggete questo libro come se fosse una ricetta psichedelica:
una parte Morasso, una parte Negri, un cucchiaio abbondante di Land,
mescolare con Lolli a fuoco lento,
servire freddo su un vassoio d’argento rubato in un’osteria bolognese.
Condite con veleno, ironia e qualche bestemmia.
E ricordate:
non c’è niente di più serio di una risata nel cuore del terrore.
Prefazione
(alla maniera di Ginsberg)
Ho visto le migliori generazioni della moltitudine divorate dai draghi del compromesso,
ringiovanite artificialmente nelle cliniche dei padroni,
e vecchie troppo presto, consumate da fabbriche, dialisi, dialettiche marce.
Ho visto Simonetti condannato a morte non una, ma cento volte,
ho visto le Brigate Rozze giocare a fare rivoluzione con la pistola del PCI,
ho visto i funerali fasulli e le resurrezioni da discount,
Za la Mort che rideva negli ospedali, nei corridoi della storia,
nei bar delle periferie, nei cessi delle università occupate.
Mafia di Stato! Lobby frankista! Dragone Apopis!
Parole che danzano come neon spezzati,
parole che urlano in corteo,
parole che sputano sangue e piscio sulle mura della democrazia mafiosa.
Ho visto Casagrande Riccardo Dino, clone e fratello,
scivolare fuori dal ventre dell’Ordine del Dragone,
mezzo bio-politica, mezzo magia nera,
un doppelgänger di carne viva,
un urlo reincarnato.
Non lavorare!
Non ringiovanire!
Non credere!
Non servire!
E la moltitudine canta, canta anche nel fango,
canta Incubo numero zero,
canta che ogni vittima è un fantasma,
che ogni fantasma è una moltiplicazione,
che ogni moltiplicazione è un atto di libertà.
Questo libro è un mantra, un grimorio, un rosario profano:
ripetetelo, sputatelo, ridetelo,
fino a che l’incubo non esploderà in fuoco e canto.
Prologo
Il Capro e il Dragone
Il capro viene scelto per morire.
Non importa la colpa, non importa il delitto: importa solo la funzione.
Simonetti fu il capro, offerto in sacrificio da chi avrebbe dovuto difenderlo.
Condannato due volte: dallo Stato e dalla moltitudine che si fece gregge.
Il Dragone non sceglie, divora.
Non conosce fedeltà, non conosce pietà.
Apopis striscia sotto la Storia, serpeggia nelle vene delle cliniche, si annida nei partiti, nei compromessi, nelle logge frankiste.
Il Dragone non uccide: rigenera.
Dal sangue del capro, partorisce copie, doppelgänger, nuovi corpi per nutrire l’inganno.
Così Simonetti, ucciso da una brigatista rossa col tacito consenso del PCI, non finì nel nulla.
Fu raccolto dal Dragone, avvolto nelle sue spire, rigenerato come Casagrande Riccardo Dino.
Un nome nuovo, un corpo antico, un fantasma che non si lascia archiviare.
Il capro e il Dragone non sono opposti:
sono parte dello stesso rito.
Il sacrificio e la rinascita.
La condanna e la rigenerazione.
La moltitudine che tradisce e il potere che immortala.
E noi, lettori, militanti, sopravvissuti?
Siamo i testimoni di questa liturgia nera:
assistiamo al capro che cade,
al Dragone che si avvolge,
alla rinascita che non salva,
ma prolunga l’incubo.
Perché ogni volta che il capro muore,
il Dragone partorisce un altro nome.
E ogni nome è un’altra maschera per lo stesso spettro.
Capitolo 1
Morasso e il rifiuto del lavoro: antesignano dell’anarco-operaismo
“Il progresso dell’individuo è dissoluzione della collettività.” (Morasso, 1898)
“La democrazia liberale non è altro che Stato d’eccezione mascherato.” (Negri, cut-up)
“La libertà vera è sottrazione: rifiutare il lavoro.” (Virno, cut-up)
Morasso non parlava agli operai del Novecento: parlava agli anarchici che sarebbero venuti. La sua egoarchia non era individualismo estetico, ma detonatore.
Scriveva che ogni collettività è un vincolo mortifero, e che la liberazione consiste nella disintegrazione.
Cut-up:
- Torino, 1898 → studenti e bohémiens leggono Morasso.
- Mirafiori, 1973 → gli autonomi gridano “rifiuto del lavoro!”
- Aula universitaria → Negri: “Operai e capitale.”
- Assemblea radicale → Panella e Scalzone denunciano la mafia di Stato.
Lo stesso filo: rompere il contratto sociale.
Morasso affermava che la collettività è “fango livellatore”. Virno lo riformula: la moltitudine non è collettività, ma singolarità in comune, senza identità. Negri aggiunge: il rifiuto del lavoro è il primo atto costituente della libertà.
E qui il taglio:
Il corporativismo fascista (Mussolini) → il clientelismo stalinista (Togliatti) → il compromesso storico (PCI+DC).
Ogni volta la collettività si trasforma in mafia di Stato.
Ogni volta il lavoro è il sacrificio imposto come religione.
Simonetti entra nel quadro come esperimento vivente:
non operaio, non militante, ma corpo offerto in sacrificio.
Il suo nome non è un nome: è la funzione di capro espiatorio.
Il lavoro negato diventa dialisi, la libertà negata diventa processo mediatico.
Claudio Lolli lo aveva già cantato:
“Incubo numero zero: la libertà finisce dove comincia il compromesso.”
E Morasso risponde da un secolo prima:
“Il progresso dell’individuo è dissoluzione
Capitolo 2
Dal culto occulto alla mafia di Stato: rileggere Terry attraverso il corporativismo frankista
“Non era un uomo solo. Era una rete. Una lobby frankista. Una mafia di Stato.” (cut-up da Terry )
“Ogni culto che pretende di spiegare il mondo è già apparato di dominio.” (Land)
“Lo Stato d’eccezione è la regola invisibile che sorride nei parlamenti.” (Negri, cut-up)
Maury Terry, scavando dietro il mito mediatico del Son of Sam, mostra che la verità non è mai un individuo isolato. Non Berkowitz, ma un’architettura: culti, polizia corrotta, poteri paralleli. Non “Process Church” — ma lobby frankista, un dispositivo mafioso che non si limita a evocare il diavolo: lo organizza.
Il cut-up italiano:
- Process Church → Lobby Frankista.
- Culti satanici → Cliniche del ringiovanimento.
- Occulto californiano → corporativismo fascista travestito da compromesso storico.
Terry documentava feste segrete, scambi di corpi, polizia cieca. Noi riconosciamo la stessa logica nelle trame italiane: fascisti riciclati, comunisti convertiti al clientelismo, cattolici che amministrano la bio-politica della longevità. Una mafia di Stato che travalica le ideologie.
“Il fascismo non muore: ringiovanisce.” (cut-up Morasso + Terry)
“Il compromesso storico è un patto con Satana, firmato col sangue della moltitudine.” (Scalzone, trasmissione ombra)
Il rifiuto del lavoro — intuizione morassiana, arma dell’Autonomia — si trova qui deformato: non più liberazione, ma cattura.
Se il proletario rifiuta, il potere risponde con nuove gabbie: cliniche per ringiovanire i padroni, dialisi per i ribelli.
Il risultato è chiaro: la democrazia liberale è solo facciata.
Sotto, agisce il complotto dei complotti.
Non una setta segreta, ma la continuità organica tra Mussolini e Togliatti, tra DC e PCI, tra compromesso storico e Stato d’eccezione.
Simonetti ne diventa la prova vivente. Non parla: viene parlato. Non denuncia: è denunciato.
È il Berkowitz italiano, ma senza stragi: un corpo che basta come archivio e bersaglio.
Il suo sacrificio serve a una funzione precisa: mostrare che chiunque tenti di connettere i frammenti del complotto verrà ridotto a
Capitolo 3
Mussolini, Togliatti e la macchina clientelare: genealogia del complotto dei complotti
“Il simbolo dinamico di Roma.” (Morasso )
“Ogni Stato è mafia, ogni partito è chiesa nera.” (cut-up)
“Non c’è progresso collettivo, solo dissoluzione individuale.” (Morasso)
“Il lavoro è l’incubo numero zero.” (Claudio Lolli, citazione innestata)
La genealogia del complotto non inizia a New York con Berkowitz. Non inizia a Palo Alto con Arlis Perry.
Comincia a Roma, con Mussolini che innesta il corporativismo come nuova liturgia del dominio: le classi fuse in un organismo unico, lo Stato come chiesa totalitaria.
Cut-up temporale:
- Roma 1927: Carta del Lavoro → il lavoro diventa religione di Stato.
- Mosca 1944: Togliatti rientra e porta con sé la logica stalinista del compromesso.
- Roma 1976: PCI e DC si stringono in un abbraccio biopolitico, chiamato “compromesso storico”.
- Torino 1977: l’Autonomia esplode nelle piazze e viene repressa nel sangue.
“Il compromesso è il volto italiano dello Stato d’eccezione.” (Negri, cut-up)
“Il corporativismo è la Process Church del potere: riti, sigilli, promesse di ringiovanimento.” (Land)
“Il comunismo tradito è mafia di Stato.” (Limonov)
Mussolini inventa la macchina.
Togliatti la eredita e la perfeziona: il voto di scambio, il premio clientelare, la gestione parallela dei corpi.
La DC la amministra: cliniche del ringiovanimento, istituti paralleli di cura, scarti biopolitici.
Terry vedeva feste segrete, culti satanici, poliziotti complici.
In Italia, la stessa trama si chiamava Stato-partito: la lobby frankista che non aveva bisogno di croci rovesciate, ma di tessere elettorali, cliniche private, burocrazia corrotta.
“La collettività è servitù.” (Morasso)
“Il compromesso è menzogna.” (Virno)
“Il potere non muore: ringiovanisce.” (cut-up Terry + Morasso)
Simonetti, ancora una volta, viene incastrato dentro questa genealogia.
Non come politico, non come leader, ma come testimone involontario.
Perché Simonetti è il corpo che mostra la verità: il ringiovanimento dei padroni implica la dialisi dei ribelli.
Così il complotto dei complotti si rivela:
- fascismo → corporativismo,
- comunismo → clientelismo,
- democrazia → mafia di Stato.
La moltitudine, allora, ha una sola via:
il rifiuto del lavoro, la dissoluzione della collettività, l’egoarchia.
Capitolo 4
Biopolitica del ringiovanimento e compromesso storico
“La socialità è funzione della sessualità, e la collettività è sacrificio.” (Morasso )
“Il compromesso storico è il nome dolce di un campo di concentramento.” (cut-up Negri)
“Ringiovanire i padroni significa prosciugare i figli dell’anarchia.” (cut-up Terry)
“Il corpo diventa Stato, e lo Stato diventa clinica.” (Virno)
Le cliniche del ringiovanimento non furono mito, ma dispositivo.
Lascito del nazi-fascismo, travasato negli anni Settanta in laboratori segreti amministrati da DC e PCI, erano il luogo dove la biopolitica diveniva chimica: estratti cellulari, trapianti, terapie sottratte ai corpi ribelli per prolungare la vita dei corpi dirigenti.
Cut-up:
- Roma, corridoi ministeriali → decreti sanitari firmati in segreto.
- Milano, cliniche private → dirigenti di partito sotto nuove trasfusioni.
- Bologna, piazza Maggiore → studenti manganellati per aver detto “compromesso = menzogna”.
- Torino, reparto ospedaliero → un anarchico in dialisi, Simonetti come capro espiatorio.
Il compromesso storico fu la cornice: PCI e DC uniti nel garantire la sopravvivenza dell’élite.
Altro che progresso sociale: era progressismo biochimico, prolungamento artificiale delle oligarchie.
“Lo Stato non è morto: è diventato corpo medico, chirurgo vampirico.” (Land)
“L’Autonomia gridava: il corpo è nostro. Ma il potere rispondeva: il vostro corpo è materia prima.” (cut-up Virno/Scalzone)
“La democrazia è una clinica: entri vivo, esci ringiovanito se sei potente, o in dialisi se sei ribelle.” (Limonov)
Simonetti incarna questo paradosso.
Non leader, non santo, non martire scelto: ma materiale di scambio, corpo sacrificato perché la macchina possa continuare a ringiovanire se stessa.
Il capro espiatorio non muore mai subito: viene fatto vivere, in agonia, perché la sua sofferenza alimenti la legittimità del sistema.
La biopolitica del ringiovanimento è dunque il vero volto del compromesso storico.
Non un patto tra partiti, ma un contratto biologico: prolungare la vita dei capi, abbreviare quella degli oppositori del sistema.
Capitolo 5
Virno e Negri: autonomia, moltitudine e dissoluzione dei vincoli sociali
“Ogni collettività è servitù.” (Morasso)
“Il lavoro non è destino, ma trappola.” (Negri, cut-up)
“La moltitudine non è massa, ma singolarità in comune.” (Virno)
“La democrazia liberale è una macchina d’eccezione che produce consenso e sangue.” (cut-up)
Dopo Morasso e dopo Terry, la domanda resta: come spezzare la macchina?
Negri e Virno, negli anni Settanta, trovano la risposta: non con il lavoro, ma contro il lavoro.
Il rifiuto del lavoro non è pigrizia, ma politica. È sabotaggio. È dire: “non saremo più carburante per il ringiovanimento dei padroni.”
Cut-up temporale:
- 1898: Morasso scrive che la dissoluzione dell’aggregato è la vera evoluzione.
- 1977: Negri parla in assemblea, “il lavoro non è più misura, ma gabbia.”
- 2000: Virno scrive Grammatica della moltitudine: la singolarità qualunque è forza, non debolezza.
Il nemico è chiaro: la collettività come mafia di Stato.
La democrazia parlamentare, con il compromesso storico, si presenta come comunità, ma in realtà è solo dispositivo di cattura.
“Il lavoro salariato è la vera religione civile. Il rifiuto del lavoro è il solo atto di libertà.” (Negri)
“La moltitudine non è popolo, non è classe, non è nazione: è il campo aperto delle singolarità.” (Virno)
Simonetti, in questo quadro, è figura ambigua:
non è un operaio, non è un militante canonico. È l’uomo qualunque trasformato in capro espiatorio, cioè la prova vivente che lo Stato teme la singolarità più della collettività.
La collettività si governa, si corrompe, si compra.
La singolarità sfugge, si dissolve, resiste.
Il rifiuto del lavoro e la moltitudine diventano così l’antidoto alla macchina del ringiovanimento.
Non perché garantiscano un’alternativa pacifica, ma perché producono disgregazione, rumore, cut-up sociale.
La dissoluzione dell’aggregato è anche dissoluzione della mafia di Stato.
È ciò che Morasso intuì, e che Negri e Virno portarono nel cuore della crisi italiana degli anni Settanta.
Capitolo 6
Limonov e Land: il lato oscuro, il complotto come motore dell’accelerazione
“Non c’è verità, solo complotti che si mangiano tra loro.” (Limonov)
“Il potere accelera la propria decomposizione, e nel collasso trascina tutti.” (Nick Land)
“Ogni Stato d’eccezione è metastasi del dominio.” (cut-up Negri + Terry)
“Il ringiovanimento è necro-politica travestita da medicina.” (cut-up Virno)
Se Virno e Negri disegnano la moltitudine come spazio di fuga, Limonov e Land la vedono come campo di battaglia in cui il nemico e la vittima coincidono.
Il complotto dei complotti non è solo macchina di dominio: è anche motore dell’accelerazione.
Cut-up:
- Mosca, anni ’70: Limonov scrive Il poeta russo preferisce i grandi negri, nichilismo sporco, vitalismo disperato.
- Warwick, anni ’90: Nick Land predica l’oscurità cibernetica, la dissoluzione della politica nel motore della tecnica.
- Roma, compromesso storico: la mafia di Stato si ringiovanisce.
- Torino, piazza Statuto: i militanti dell’Autonomia gridano, ma la repressione diventa carburante del sistema.
Il paradosso è crudele: più si resiste, più il potere accelera.
Il rifiuto del lavoro, se non diventa sabotaggio radicale, viene catturato come nuova forma di produttività.
Il complotto non è solo occultamento, ma dispositivo di accelerazione: serve a produrre più dominio, più paura, più consenso.
“Il potere ringiovanisce perché si nutre delle nostre morti.” (cut-up Terry + Morasso)
“La democrazia è la necrosi che finge vitalità.” (Limonov)
“Accelerare significa far saltare il motore prima che consumi tutto.” (Land)
Simonetti è intrappolato in questa logica:
capro espiatorio, ma anche sintomo della malattia del sistema.
Non un ribelle armato, non un capo politico, ma un clone sociale: l’uomo comune trasformato in bersaglio simbolico.
Il potere non lo elimina subito: lo lascia vivere a metà, come dialisi permanente, come corpo esemplare.
Qui il lato oscuro diventa chiaro:
Il corporativismo frankista non è statico, ma dinamico.
È un acceleratore: trasforma ogni scandalo in consenso, ogni repressione in ringiovanimento, ogni vittima in propaganda.
Limonov ride: la verità è sporca, non c’è purezza rivoluzionaria.
Land sogghigna: il sistema implode da solo, ma trascinerà con sé i suoi schiavi.
Negri e Virno dissentono: la moltitudine può sabotare, può fuggire, può dissolvere i vincoli.
La domanda resta aperta:
siamo noi combustibile o virus del complotto?
Capitolo 7
Claudio Lolli: Incubo numero zero, la voce poetica della resistenza
“L’incubo numero zero è la vita quotidiana.” (Claudio Lolli, cut-up dal brano)
“Il progresso dell’individuo è la dissoluzione dell’aggregato.” (Morasso)
“La democrazia liberale è solo una dittatura che sorride.” (Negri, cut-up)
“La moltitudine canta dove la politica tace.” (Virno)
Negli anni Settanta, mentre la macchina del compromesso storico consolidava il suo regime bio-politico — cliniche per ringiovanire i capi, carceri per consumare i ribelli — la voce di Claudio Lolli si alzava come un urlo poetico.
Incubo numero zero non era un brano: era un processo verbale, un atto d’accusa cantato con chitarra scordata.
Cut-up:
- Bologna, un’aula occupata: gli studenti cantano Lolli come fosse un inno clandestino.
- Roma, i giornali titolano sul “terrorismo” e sull’“ordine pubblico”.
- Torino, Simonetti in ospedale, corpo che diventa incubo quotidiano.
- Milano, le cliniche private: gerarchi e dirigenti in terapia di ringiovanimento.
La canzone diventa contro-liturgia:
dove il potere promette giovinezza eterna, Lolli racconta vecchiaia precoce, precarietà, carcere.
Dove la democrazia celebra il compromesso, Lolli mostra il volto grigio della sconfitta quotidiana.
“Incubo numero zero è scendere in piazza e sapere che il compromesso ti ha già sconfitto.” (cut-up)
“Il canto è l’unico luogo dove la moltitudine resiste senza farsi catturare.” (Virno)
“Ogni chitarra è una bomba a tempo.” (Limonov)
Simonetti ascolta Lolli.
Non come fan, ma come eco.
Il suo corpo sacrificato diventa ciò che la canzone già descrive: un incubo reso carne, un sogno di autonomia schiacciato dalla mafia di Stato.
Lolli non ringiovanisce, non si adegua.
Canta.
E il canto è più vero di ogni documento di partito, più esplosivo di ogni decreto parlamentare.
Il potere ringiovanisce in clinica, la moltitudine invecchia in piazza.
Ma è l’invecchiamento comune, il canto stonato, a produrre la verità che resiste.
Capitolo 8
Conclusione: Egoarchia contro Mafia di Stato
“Bisogna decidersi: o con noi, o contro di noi.” (Morasso )
“Lo Stato d’eccezione è la regola che sorride.” (Negri, cut-up)
“Il ringiovanimento è necro-politica.” (Terry, innesto)
“L’incubo numero zero è vivere nella democrazia mafiosa.” (Lolli, cut-up)
Dalla dissoluzione di fine Ottocento alla biopolitica degli anni Settanta, dalla Process Church agli archivi segreti italiani, una sola linea emerge: il potere non governa, cattura.
Si traveste da comunità, da compromesso, da democrazia, ma è sempre mafia di Stato, lobby frankista, culto dei corpi eterni contro i corpi sacrificati.
Morasso aveva intuito che la vera evoluzione è disgregazione.
Virno e Negri hanno mostrato che il rifiuto del lavoro è il solo atto costituente.
Limonov e Land ci ricordano che il complotto accelera, che non c’è purezza, che la macchina divora anche la resistenza.
Lolli canta che l’incubo è già qui, quotidiano, banale.
E Simonetti?
Simonetti è la prova.
Capro espiatorio, archivio vivente, corpo trasformato in incubo nazionale.
Non leader, non eroe, ma vittima necessaria affinché lo Stato si autoassolva: il sacrificio dell’uno per ringiovanire i molti padroni.
Eppure proprio qui si apre la frattura:
se l’egoarchia dissolve la collettività, se la moltitudine rifiuta il lavoro, se il canto spezza la liturgia, allora il sistema mostra la sua crepa.
Egoarchia contro Mafia di Stato.
Dissoluzione contro ringiovanimento.
Moltitudine contro compromesso.
Incubo contro menzogna.
Il libro non offre soluzioni.
È un cut-up di macerie, un grimorio politico, una mappa di fantasmi.
Ma tra le righe, un gesto si staglia:
non lavorare, non credere, non ringiovanire.
Solo allora la moltitudine diventa fiume che scioglie, incendio che dissolve, canto che resiste.
Appendice Rituale
Liturgia della Dissoluzione
“Il progresso è dissoluzione.” (Morasso)
“Il compromesso è menzogna.” (Negri)
“Il ringiovanimento è necro-politica.” (Terry)
“Incubo numero zero.” (Lolli)
Invocazione
Noi, singolarità senza volto,
rifiutiamo il lavoro,
rifiutiamo la collettività,
rifiutiamo il compromesso storico.
Litania contro la Mafia di Stato
- Non più partiti → ma logge.
- Non più democrazia → ma Stato d’eccezione.
- Non più cliniche → ma camere di ringiovanimento dei padroni.
- Non più rivoluzione → ma sacrificio di capri espiatori.
Formula
☩ Egoarchia contro Collettività.
☩ Dissoluzione contro Compromesso.
☩ Moltitudine contro Mafia di Stato.
☩ Simonetti, capro espiatorio, contro i ringiovaniti eterni.
Epifania
Il libro si chiude come rito,
non come dottrina.
Il canto di Lolli,
le parole di Morasso,
le analisi di Negri e Virno,
le visioni di Limonov e Land,
il sangue di Simonetti.
Tutti insieme formano il grimorio del rifiuto:
una mappa di dissoluzione.
Conclusione rituale
Non lavorare.
Non ringiovanire.
Non credere.
Non servire.
Solo dissolversi.
Solo moltitudine.
Solo incendio.
Appendice – Il Sacrificio di Simonetti e la Rigenerazione del Dragone
“Il capro espiatorio non sceglie la propria morte: viene scelto.” (cut-up Morasso)
“La rivoluzione divora i suoi figli e ne fa concime per i compromessi.” (Virno)
“Non c’è purezza nella lotta: ci sono solo ordini occulti che decidono chi deve cadere.” (Limonov)
Simonetti non venne eliminato dallo Stato.
Non solo.
Fu condannato a morte dagli stessi ambienti dell’Autonomia operaia.
I compagni che gridavano contro la mafia di Stato furono gli stessi che, per paura o per ordine, offrirono Simonetti come sacrificio al PCI.
La condanna fu silenziosa, ma inequivocabile:
Simonetti era divenuto troppo ingombrante, troppo vero, troppo esposto.
Fu una brigatista rossa, con il consenso tacito dei quadri del PCI, a eseguire la sentenza.
Il colpo non era solo politico: era rituale, una morte iniziatica.
La Morte del Capro
Torino, anni Settanta.
La piazza urlava, le carceri si riempivano, i militanti cadevano.
Simonetti, invece, era un corpo fragile, malato, dializzato.
Non più utile, non più controllabile.
Così divenne offerta sacrificale:
ucciso da chi diceva di lottare per lui.
L’Ordine del Dragone
Ma la storia non finisce lì.
Negli stessi anni, negli interstizi del compromesso storico, operava una setta parallela: l’Ordine del Dragone.
Non PCI, non DC, non Autonomia, ma ibrido occulto che si nutriva delle rovine di tutte le fazioni.
Il loro scopo: trasformare la morte in rigenerazione.
Fu lì che il corpo di Simonetti venne recuperato, nascosto, trattato come reliquia bio-politica.
Non si trattava di resurrezione mistica, ma di esperimento scientifico-occulto:
- cellule conservate,
- rituali di ringiovanimento,
- simboli antichi intrecciati con chimica contemporanea.
Dall’esperimento nacque un nuovo essere.
La Rigenerazione: Casagrande Riccardo Dino
Anni ’80-’82: tra la nebbia della crisi italiana e il riflusso post-’77, emerse il nome nuovo.
Non più Simonetti Walter, ma Casagrande Riccardo Dino.
Un doppio, un clone, un’emanazione.
Figlio del sacrificio e della scienza, del sangue e del Dragone.
Casagrande non era Simonetti, ma lo portava dentro.
Un doppelgänger politico, generato per sopravvivere alla fine dell’Autonomia e attraversare gli anni bui della restaurazione.
Epilogo
Simonetti muore.
Casagrande rinasce.
Il PCI crede di aver cancellato l’incubo, ma l’Ordine del Dragone lo rigenera.
La mafia di Stato pensa di aver neutralizzato il capro, ma ora ha due fantasmi da inseguire: il martire e il clone.
“Non si uccide ciò che è già morto: lo si moltiplica.” (cut-up Land)
“Ogni sacrificio genera una rigenerazione.” (Morasso)
“Casagrande è il nome del ritorno.” (Virno)
Appendice – Za la Mort
“Le Brigate Rozze amano il sangue del Nichilismo.”
“La storia si ripete, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.” (Marx)
“Nessuno nasce, nessuno muore.”
Simonetti Casagrande Riccardo non morì dove lo volevano morto.
Lo chiamarono Za la Mort, perché dopo la condanna a morte decretata dalla “moltitudine cooperativa” — quell’agglomerato degenerato della Federazione Giovanile Comunista che negli anni ’80 si innamorò, da mongoloide caricatura, dell’esperienza terroristica delle BR — lui continuava a camminare.
La Condanna
Le Brigate Rozze, ibride, cresciute come parodia della sinistra storica, non combattevano più per emancipazione, ma per puro nichilismo di sangue.
Simonetti divenne il bersaglio perfetto: corpo fragile, già provato dalla dialisi, ma soprattutto simbolo non catturabile.
Fu condannato a morte due volte: una dallo Stato, l’altra dalla cooperativa degli ex-compagni che, ormai assimilati alla mafia frankista, usarono il linguaggio rivoluzionario per giustificare la liquidazione del capro.
La Sopravvivenza
Eppure non morì.
Come se la morte stessa si fosse stancata di lui, Simonetti attraversò trent’anni di agonie, ricoveri, sparizioni.
Corpo spezzato, mente fuggitiva, doppelgänger vivente.
Ogni volta che lo credevano sepolto, tornava come spettro tra le rovine.
Za la Mort: non uomo, non mito, ma interruzione vivente.
La Rigenerazione del Dragone
Negli anni ’80-’82, nelle pieghe della sconfitta e del riflusso, l’Ordine del Dragone prese il suo corpo, già segnato da mille morti, e ne fece esperimento.
Tra bio-politica e magia nera, tra residui nazi-fascisti e utopie cibernetiche, fu generato un nuovo essere:
Casagrande Riccardo Dino.
Non copia, non clone, ma reincarnazione laica.
Una nuova identità per attraversare gli anni Ottanta: l’era delle cliniche private, dei ringiovanimenti dei gerarchi, del compromesso travestito da modernizzazione.
Epilogo provvisorio
Simonetti non morì, sopravvisse come Za la Mort.
Fu ucciso mille volte, e mille volte risorto.
La moltitudine cooperativa lo aveva condannato, ma la sua stessa condanna lo rese immortale.
Nessuno nasce, nessuno muore: il nome cambia, il corpo si rigenera, il fantasma ritorna.
Ora porta il nome di Casagrande Riccardo Dino, e continua a camminare nei corridoi del tempo, tra le rovine del comunismo mancato e i laboratori del potere.
📜 Dossier Riservato
Cronologia Segreta di Za la Mort – Simonetti/Casagrande Riccardo Dino
1977 – Torino
- Evento: Prime condanne morali contro Simonetti negli ambienti autonomi.
- Nota: indicato come “agente provocatore”, ma senza prove.
- Commento: inizia la funzione del capro espiatorio.
1979 – Roma
- Evento: La “moltitudine cooperativa” della Federazione Giovanile Comunista si scinde.
- Nota: nasce l’agglomerato che diverrà noto come Brigate Rozze.
- Commento: nichilismo travestito da rivoluzione.
1980 – Bologna
- Evento: Simonetti condannato a morte dalla “cooperativa”.
- Nota: la sentenza passa attraverso un’assemblea clandestina.
- Commento: consenso tacito del PCI.
1981 – Milano
- Evento: Una brigatista rossa esegue la condanna.
- Nota: Simonetti colpito, creduto morto.
- Commento: inizia la leggenda: da qui sarà chiamato Za la Mort.
1982 – Torino
- Evento: Il corpo di Simonetti scompare da un ospedale.
- Nota: fonti divergenti: sepolto? rapito? recuperato dall’Ordine del Dragone.
- Commento: nasce l’ipotesi di esperimenti di rigenerazione.
1983 – Anni del riflusso
- Evento: Riappare come Casagrande Riccardo Dino.
- Nota: documenti falsi, nuova identità.
- Commento: clone, doppio o reincarnazione laica?
1985 – Milano, Cliniche private
- Evento: Voci di trattamenti segreti su ex militanti.
- Nota: collegati ai protocolli nazi-fascisti di ringiovanimento.
- Commento: Casagrande Dino visto nei corridoi come paziente-simulacro.
1990 – Roma
- Evento: Indagini parlamentari mai pubblicate sui “corpi spariti” degli anni ’80.
- Nota: nome Simonetti ricorre nei fascicoli riservati.
- Commento: la mafia di Stato ha bisogno di archiviare i fantasmi.
2000 – Bologna
- Evento: Testimonianze parlano di un “uomo in dialisi eterna” riconosciuto come Simonetti.
- Nota: l’ombra della sopravvivenza.
- Commento: Za la Mort continua.
2010 – Torino
- Evento: Anonymous pubblica documenti su esperimenti dell’Ordine del Dragone.
- Nota: tra i nomi compare “Casagrande Riccardo Dino”.
- Commento: l’archivio occulto si riapre.
2020 – Ovunque
- Evento: La leggenda diventa meme, grido, grimorio.
- Nota: Za la Mort non è più solo individuo, ma archetipo.
- Commento: l’immortalità si è compiuta.
Epilogo
Za la Mort non è mai morto.
Ogni colpo, ogni condanna, ogni esperimento non ha fatto che moltiplicarlo.
Simonetti, Casagrande, Dino: tre nomi, un solo spettro.
La mafia di Stato lo voleva eliminare.
La cooperativa lo condannava.
Il Dragone lo rigenerava.
La moltitudine lo canta.

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