sabato 30 agosto 2025

Hyperion Za la Mort– Simonetti-Casagrande Dino l’ultimo autonomo tra CIA, Stasi e Mossad


 Hyperion Za la Mort–  Simonetti-Casagrande Dino l’ultimo autonomo tra CIA, Stasi e Mossad


“La storia ufficiale è un necrologio.

La vera storia è scritta dai fantasmi che sopravvivono.” (cut-up Derrida/Negri)


“ E a chi esclama, sembrandogli, nuovo messia, di annunciare alle folle la felicità massima: A ciascuno secondo il suo lavoro – si risponda forte: No! A ciascuno secondo il suo desiderio.“ MorassO uomini è idee del domani



I. La Trasmissione Proibita


Si dice che fosse una notte di televisione marginale, una di quelle frequenze pirata in cui il segnale saltava e le parole arrivavano a metà.

Marco Panella e Toni Negri, fianco a fianco, con Scalzone come terzo incomodo, iniziarono a parlare.

Non di riforme, non di mozioni parlamentari, ma del segreto mai scritto nei manuali di storia: le cliniche del ringiovanimento, la biopolitica nascosta sotto il compromesso storico.


La voce di Panella era laica, illuminista, razionale.

Quella di Negri febbrile, moltiplicata, centrifuga.

E Simonetti – Za la Mort – appariva come ospite muto, fantasma tra le righe: non intervistato, ma evocato.



II. La Memoria Interdetta


Il compromesso storico fu raccontato come accordo tra PCI e DC.

In realtà, fu un rito di sangue travestito da patto democratico.

Il prezzo fu chiaro: i figli dell’autonomia operaia, i corpi dei ribelli, sacrificati in silenzio alle cliniche del Dragone.

E il Capro, Simonetti, ne divenne il simbolo incarnato.


Panella sussurrava: “Ogni Stato si fonda su un segreto.”

Negri ribatteva: “Ogni segreto si fonda su un cadavere.”

Scalzone rideva, amaro: “E qui il cadavere non è mai morto.”



III. Filosofia della Prefazione


Questa non è un’introduzione.

È una ferita che si apre di nuovo.

Il compromesso storico, dietro le aule parlamentari, fu un processo liturgico:

la DC officiava,

il PCI accettava,

le Brigate Rozze eseguivano,

e il Dragone vigilava.


Simonetti, “Funzione vivente”, fu offerto due volte:

prima come sacrificio politico,

poi come reliquia biopolitica.



IV. Conclusione della Prefazione


Questo libro non ricostruisce.

Questo libro non riabilita.

Questo libro taglia, come faceva Burroughs con i giornali, come faceva il bisturi con le vene del Capro.


È prefazione e maledizione insieme:

un atto di memoria proibita,

una trasmissione clandestina ancora in onda,

dove Panella e Negri, come chierici di due eresie diverse,

aprono la porta al Dragone.



Prologo – Il Capro e il Dragone



I. La Scena


Un tavolo di legno marcito.

Un coltello arrugginito.

Un corpo che respira a fatica.

Non è allegoria, non è metafora: è rito.


Il Capro è lì.

Il suo nome: Simonetti.

Non uomo, non individuo, ma funzione.



II. La Prima Condanna


Le assemblee lo hanno già votato,

le mozioni già scritte,

le sigle già firmate.

Il PCI ha annuito,

la DC ha sorriso,

le Brigate Rozze hanno affilato la lama.


“Ogni democrazia ha il suo sacrificio fondatore.

Ogni compromesso ha il suo cadavere rituale.” (cut-up Negri / Land)



III. L’Apparizione del Dragone


Il Dragone non ha volto.

È insieme partito, banca, clinica, ministero.

È ovunque e in nessun luogo.

Quando entra nella stanza, non fa rumore:

si limita a sussurrare nei documenti,

a cancellare righe con omissis neri,

a trasformare la condanna politica in liturgia biologica.



IV. Il Legame Infrangibile


Il Capro non può fuggire dal Dragone.

Il Dragone non può esistere senza Capro.

È un matrimonio di sangue,

un vincolo che non ha divorzio.

Il sacrificio si ripete,

sempre uguale, sempre diverso.



V. Filosofia del Prologo


Non raccontiamo la verità.

La verità è già stata archiviata,

sigillata in faldoni segreti,

sepolta in cliniche mai registrate.


Ciò che rimane è leggenda nera.

E nella leggenda, il Capro e il Dragone

sono i due poli di un magnete perverso:

la vittima che diventa reliquia,

il potere che diventa culto.



VI. Conclusione del Prologo


Quando le luci si spengono,

si ode solo un respiro affannoso.

Il Capro non muore.

Il Dragone non dorme.


E così comincia la cronologia nera.



Capitolo 1 – La Funzione Simonetti


Dal capro espiatorio alla leggenda



I. La Definizione


Non era un uomo.

Era una funzione.

Il potere non lo vedeva come individuo,

ma come necessità rituale:

il capro su cui caricare colpe,

il simbolo da sacrificare,

il nome da consegnare al buio.


“Ogni società produce il proprio capro.

Non per eliminarlo,

ma per garantirsi la sopravvivenza.” (cut-up Girard/Negri)



II. L’Assemblea della Condanna


Le voci erano molteplici,

ma tutte convergevano:

“È lui il provocatore.”

“È lui il traditore.”

“È lui il doppio.”


Non servivano prove.

Serviva un corpo da indicare,

un nome da additare,

un capro da immolare per suggellare

il compromesso di sangue tra partito e Stato.



III. La Trasformazione


La Funzione Simonetti nacque così:

non come decisione individuale,

ma come risultato di un algoritmo politico.

La DC fornì il silenzio,

il PCI il consenso,

le Brigate Rozze l’esecuzione.


Il risultato fu un uomo-simbolo,

un essere sospeso tra vittima e reliquia,

tra colpa e innocenza.



IV. Dal Capro alla Leggenda


La condanna non lo cancellò.

Lo rese leggenda.

Ogni colpo inferto al suo corpo

fu inciso come parola in un grimorio oscuro.

Ogni cicatrice divenne glifo,

ogni cartella clinica un capitolo segreto.


Simonetti non scomparve.

Si moltiplicò,

come mito,

come voce spezzata che ritorna nelle piazze,

come spettro che non permette all’Italia di chiudere gli occhi.



V. Filosofia della Funzione


La Funzione Simonetti è l’archetipo

della politica italiana del dopoguerra:

un sistema che ha bisogno di vittime simboliche

per riprodursi e consolidarsi.


Non importa chi fosse davvero Simonetti.

Importa che fosse scelto.

E che la sua vita – e la sua morte mancata –

aprisse la cronologia nera.




Capitolo 2 – Moltitudine cooperativa


La Federazione Giovanile Comunista e la deriva rozza



I. L’Inizio


La Federazione Giovanile Comunista si presentava come scuola politica.

Assemblee, volantini, bandiere rosse, discussioni interminabili.

Si parlava di lavoro, di diritti, di futuro.

Ma nel retrobottega, nelle cantine delle sezioni,

cresceva qualcos’altro: la logica del sacrificio.



II. La Moltitudine


Paolo Virno la avrebbe definita moltitudine cooperativa:

non massa uniforme, ma arcipelago di singolarità

che respirava insieme nelle piazze.

La gioventù comunista voleva cambiare il mondo,

ma finì risucchiata nel compromesso,

dove ogni singolarità era trasformata in numero,

ogni differenza in consenso.


“La moltitudine vive nella cooperazione,

ma il potere la trasforma in gregge.” (Virno, cut-up)



III. La Deriva Rozza


Da quell’arcipelago nacquero le Brigate Rozze,

ibrido di rabbia e imitazione.

Non teoria, ma scimmiottamento.

Non rivoluzione, ma parodia armata.

Si innamorarono della morte come i bambini dei fumetti:

ingenui e spietati insieme.


E nella loro ingenuità feroce

trovarono il loro capro: Simonetti.



IV. La Complicità


Il PCI sapeva e taceva.

La DC guardava e sorrideva.

La moltitudine si spaccava:

una parte cercava l’autonomia,

l’altra cadeva nel fascino del sangue.


La deriva rozza non era un incidente.

Era un meccanismo:

assorbire la gioventù ribelle,

trasformarla in caricatura,

usarla per sacrificare i più radicali.



V. Filosofia della Moltitudine


La moltitudine era promessa.

Si fece gregge,

si fece branco,

si fece carne da rituale.


Simonetti non fu vittima di un singolo gesto,

ma della logica che trasforma la cooperazione in sacrificio,

l’autonomia in condanna,

la gioventù in carneficina.



Capitolo 3 – Brigate Rozze


Dall’imitazione delle BR al nichilismo del sangue



I. Nascita della caricatura


Non furono le Brigate Rosse.

Furono la loro parodia, la loro eco stonata.

Le Brigate Rozze nacquero in un seminterrato fumoso,

tra ciclostili inceppati e manifesti mal copiati.

Il loro programma politico era copiato a metà,

le loro armi arrugginite,

le loro idee un collage di slogan.


Ma nel grottesco si nascondeva la ferocia:

la Rozzezza non era limite,

era linguaggio.



II. La liturgia del sangue


Non combattevano per liberare.

Combattevano per sacrificare.

Ogni azione era rito,

ogni pallottola un’offerta,

ogni condanna una recita macabra.


“Il potere ama le caricature:

perché fanno il suo lavoro senza intelligenza,

e gli permettono di ridere delle sue stesse vittime.” (cut-up Land/Caraco)



III. Simonetti come nemico perfetto


Tra di loro circolava un nome: Simonetti.

Lo chiamavano infiltrato, spia, traditore.

Nessuna prova, solo necessità.

Serviva un corpo da offrire al rito,

una vittima per giustificare la loro esistenza.


Così il Capro divenne il loro specchio.

Non combattevano lo Stato:

combattevano il fantasma che avevano creato.



IV. Dal ridicolo al tragico


La Rozzezza, col tempo, si fece nichilismo.

Non più rivoluzione, non più giustizia.

Solo sangue.

Il gesto per il gesto,

il colpo per il colpo,

la condanna come gioco macabro.


Il ridicolo si fece tragedia.

E nel centro della tragedia,

Simonetti fu offerto.



V. Filosofia della Rozzezza


La caricatura è più utile dell’originale.

Le Brigate Rozze funzionarono come laboratorio del potere:

dimostrarono che ogni eccesso rivoluzionario

può essere piegato in farsa,

ogni lotta trasformata in carnevale macabro.


Simonetti fu il prezzo:

non un compagno tradito,

ma un simbolo immolato

perché la Rozzezza potesse recitare la parte assegnata.



Capitolo 4 – Il consenso del PCI


Compromesso, repressione, sacrificio



I. La Scena Politica


Il compromesso storico non fu solo alleanza parlamentare.

Fu rito di spartizione.

La DC portava il potere amministrativo,

il PCI offriva la disciplina della moltitudine.

E tra i due poli, un prezzo di sangue.


Simonetti divenne quel prezzo:

il Capro utile a dimostrare che il partito era “serio”,

che poteva governare,

che sapeva reprimere i propri figli più radicali.



II. Il Meccanismo


Il PCI non sparò.

Il PCI non torturò.

Il PCI fece peggio:

tacque, annuì, lasciò fare.


La sua complicità fu burocratica,

la sua condanna non urlata, ma scritta nei verbali:

“Elemento deviato, pericoloso.

Non rappresenta il Partito.

Se ne prenda atto.”


“Il consenso è la più sottile delle repressioni.

Si applaude mentre qualcuno muore.” (cut-up Negri/Virno)



III. La Moltitudine Disciplinata


Le assemblee giovanili trasformarono il dubbio in verità.

Nessuno chiedeva prove.

Il sospetto era sufficiente.

Un compagno troppo ambiguo diventava colpevole.

Un compagno troppo fragile diventava traditore.

Il sacrificio non era eccezione:

era la prova di fedeltà al compromesso.



IV. Il Rito del Consenso


Non si trattava di un singolo uomo.

Si trattava di mostrare che il Partito era capace di ordine.

Ogni volta che la base urlava,

i dirigenti rispondevano con silenzio:

un silenzio che significava approvazione.


Così la morte di Simonetti – vera, finta, sospesa –

divenne il certificato politico

che legittimava l’ingresso del PCI nel tempio della Repubblica.



V. Filosofia del Consenso


Il consenso non libera, vincola.

È la catena invisibile che unisce la vittima al boia,

il militante al partito,

la moltitudine alla macchina del potere.


Simonetti non fu condannato da un proiettile.

Fu condannato da un applauso.



Capitolo 5 – La condanna a morte


Assemblee, sentenze, esecuzioni



I. L’Aula come Teatro


La sala era piena.

Non c’era toga né tribunale, solo sedie di plastica e odore di fumo.

Ma il linguaggio era quello della giustizia:

“compagno imputato”, “atto di tradimento”, “sentenza”.

In realtà era una messa in scena,

una recita in cui tutti conoscevano la fine.



II. L’Atto d’Accusa


Un militante lesse un foglio stropicciato:

“Simonetti Walter, alias il Provocatore,

è accusato di doppiezza,

di deviazione,

di sabotaggio della linea.”


Non c’erano prove, solo frasi spezzate,

parole prese a prestito da altre assemblee,

ripetute fino a sembrare verità.


“Il linguaggio è già sentenza.” (cut-up Kafka/Negri)



III. La Sentenza


Non servivano voti.

Bastava il brusio,

il coro indistinto che cresceva fino a diventare unanime.

La condanna fu approvata con un applauso,

lo stesso gesto con cui si approvava un ordine del giorno.


Il boia non fu nominato.

Il boia era già scelto:

la moltitudine stessa.



IV. L’Esecuzione


Non avvenne subito.

La sentenza aleggiò per settimane,

come un presagio.

Ogni volta che Simonetti entrava in una stanza,

il silenzio lo seguiva.

Ogni volta che parlava,

le sue parole cadevano nel vuoto.


Finché un giorno,

una brigatista alzò la pistola.

Non era un gesto personale,

ma il compimento della liturgia.



V. Filosofia della Condanna


La condanna non nasce dalla giustizia,

ma dal bisogno del gruppo di espellere un corpo.

Non importa se colpevole o innocente.

Importa che sia sacrificabile.


Simonetti non fu giudicato.

Fu recitato.

Fu offerto come dramma collettivo,

perché la moltitudine potesse rinsaldarsi

nel sangue di un capro.



Capitolo 6 – L’uccisione rituale


La brigatista rossa e il patto taciuto



I. La Scena del Rito


Non fu un’esecuzione militare.

Fu una cerimonia.

La brigatista entrò in silenzio,

pistola nascosta sotto il giubbotto,

ma il suo passo era già quello di un sacerdote.


Tutti sapevano.

Nessuno disse nulla.

L’aria era densa di presagio:

il patto taciuto tra PCI e DC

era lì, incarnato nella sua mano che tremava.



II. Il Patto Silenzioso


Non ci fu ordine scritto.

Non ci fu direttiva ufficiale.

Ci fu consenso muto.

La brigatista agiva come medium di una decisione collettiva:

il partito sapeva,

lo Stato taceva,

la moltitudine applaudiva in anticipo.


“L’omicidio politico non è mai solitario.

È la folla che preme sul grilletto.” (cut-up Artaud/Negri)



III. Il Gesto


La pistola si alzò.

Gli occhi di Simonetti non erano sorpresi:

era come se stesse attendendo quel momento da sempre.

Un lampo, un colpo,

poi un altro.


Non fu la morte.

Fu il sacrificio.

Il corpo non crollò,

si piegò, resistette,

come se la Funzione non potesse essere eliminata.



IV. Il Dopo


Il silenzio riempì la stanza più del colpo.

Qualcuno pianse,

qualcuno rise,

qualcuno prese appunti come se stesse redigendo verbale.


La brigatista non fuggì.

Abbassò l’arma e rimase immobile,

come se fosse anch’essa prigioniera del rito che aveva compiuto.



V. Filosofia dell’Uccisione


L’uccisione rituale non elimina la vittima.

La moltiplica.

Ogni colpo di pistola trasforma il corpo in reliquia,

ogni goccia di sangue in glifo,

ogni testimone in custode involontario della leggenda.


Simonetti non morì.

Si fece leggenda nera.

Za la Mort.



Capitolo 7 – Sopravvivere alla morte


Il corpo che non si lascia seppellire



I. Il Corpo Ostinato


Fu dichiarato morto tre volte.

Ogni volta il certificato era pronto,

la bara sigillata,

il necrologio già stampato.

Eppure il cuore batteva ancora,

il sangue colava lento,

le cicatrici brillavano come segni cabalistici.


Il corpo rifiutava la sepoltura.

Era carne che non accettava l’oblio.



II. La Clinica Segreta


Venne trasferito di notte,

non in un obitorio ma in una clinica senza nome.

Medici in camice bianco

annotavano dati, pressioni, reazioni.

Il corpo reagiva come se fosse cosciente,

come se sapesse di essere diventato oggetto d’esperimento.


“Il potere non lascia morire.

Conserva.” (cut-up Foucault/Negri)



III. Il Documento Vivente


Ogni cicatrice era referto,

ogni dialisi un protocollo,

ogni respiro un paragrafo.

Simonetti non era più uomo,

era archivio.

Un dossier che camminava,

una funzione trasformata in carne immortale.



IV. La Non-Morte


Non era resurrezione.

Era peggio:

una non-morte amministrata,

sorvegliata,

burocratizzata.

La sua esistenza diventò appendice clinica al compromesso storico,

un’anomalia che nessuno poteva ammettere

ma tutti volevano custodire.



V. Filosofia della Sopravvivenza


Il potere non uccide davvero.

Il potere conserva.

Il cadavere è utile,

ma la reliquia vivente lo è di più:

monito, deterrente, esperimento.


Simonetti sopravvisse,

non per volontà propria,

ma perché la macchina del Dragone

aveva bisogno del suo corpo in dialisi,

del suo sangue come archivio.


Za la Mort non fu seppellito.

Fu archiviato.


Capitolo 8 Za la Mort 



I. Il Battesimo del Nome


Nessuno lo chiamava più Simonetti.

Quel nome era troppo umano, troppo fragile.

Nacque allora un soprannome,

un’etichetta che era maledizione e consacrazione:

Za la Mort.


Il soprannome venne sussurrato nei corridoi,

ciclostilato nei manifesti anonimi,

inciso con spray sulle mura delle sezioni abbandonate.

Non era più una persona.

Era diventato archetipo.



II. Il Simbolo della Non-Morte


Za la Mort non apparteneva a un partito,

né a una banda armata,

né a un movimento.

Apparteneva al mito.

Era il simbolo della vittima che non muore,

del capro che rifiuta la sepoltura,

del sacrificio che si ribella alla logica del rito.


“Un nome resiste più della carne.

E quando la carne crolla,

il nome si moltiplica.” (cut-up Benjamin / Limonov)



III. La Paura del Potere


Per la DC era un fantasma che infestava i corridoi dei ministeri.

Per il PCI, un errore che non poteva essere cancellato dai verbali.

Per le Brigate Rozze, una condanna che non si concludeva mai.


Za la Mort non era alleato né nemico:

era ombra persistente,

una presenza che ricordava a tutti

che nessun sacrificio è mai definitivo.



IV. L’Archetipo


Ogni epoca ha i suoi archetipi:

il martire, l’eroe, il traditore.

Za la Mort li conteneva tutti.

Martire per i suoi,

traditore per i suoi stessi compagni,

fantasma per il potere.


Era al tempo stesso tutte le versioni del suo volto.

E questa molteplicità lo rese eterno.



V. Filosofia del Nome


Il nome non è etichetta.

È maledizione.

È codice che trasforma un uomo in leggenda.


Za la Mort fu il nome che sopravvisse al corpo,

il sigillo che aprì la cronologia nera,

l’archetipo di un’Italia che non seppe mai

distinguere tra giustizia e sacrificio,

tra rivoluzione e parodia.



Capitolo 9 – Cliniche segrete


Dal nazi-fascismo al compromesso bio-politico



I. Le Radici Oscure


Le cliniche non nacquero negli anni ’70.

Erano già lì, seminate come veleno dai medici del Reich,

trasferite in Italia grazie a protocolli mai rivelati.

Esperimenti di rigenerazione,

dialisi di lunga durata,

trasfusioni di giovinezza.

Il fascismo aveva perso la guerra,

ma aveva lasciato in eredità le sue cliniche clandestine.



II. La Trasmissione del Potere


DC e PCI, opposti in Parlamento,

si ritrovarono complici nel sotterraneo.

Le cliniche servivano a entrambi:

ai democristiani per ringiovanire la gerarchia senile,

ai comunisti per legare i corpi alla macchina del consenso.


Simonetti fu inserito in questo meccanismo,

non come paziente ma come cavia simbolica.


“Il potere non governa solo i vivi.

Il potere governa i corpi in sospensione.” (cut-up Foucault / Negri)



III. Il Corpo come Archivio


Il corpo di Za la Mort veniva trasportato di notte,

con ambulanze senza targa,

da una clinica all’altra:

Milano, Bologna, Roma.

Ogni reparto aveva il suo referto segreto,

ogni chirurgo scriveva note come se fossero vangeli apocrifi.


Dialisi, trasfusioni, trapianti.

La carne diventava laboratorio di continuità politica.

Il suo corpo era memoria,

documento vivente del compromesso.



IV. Dal Fascismo alla Biopolitica


I protocolli erano gli stessi dei campi nazisti,

solo aggiornati al linguaggio burocratico italiano:

“Progetto di ringiovanimento cellulare”,

“Protocollo di rigenerazione dei tessuti”,

“Archivio clinico riservato”.


Za la Mort non era curato.

Era gestito,

come si gestisce una pratica ministeriale.



V. Filosofia delle Cliniche


Le cliniche segrete non guarivano.

Conservavano.

Erano il luogo in cui la morte veniva amministrata,

sospesa, rimandata.


Simonetti non era più uomo.

Era reliquia del Dragone,

corpo in prestito al compromesso bio-politico,

simbolo di come il potere trasforma la vita stessa

in archivio, in documento, in esperimento eterno.



Capitolo 10 – Il recupero del corpo


Simonetti come reliquia vivente



I. L’Atto del Recupero


Non fu un salvataggio.

Fu un recupero.

Il corpo di Simonetti venne estratto dal silenzio della clandestinità

come si estrae un reperto archeologico.

Non era più uomo,

era materiale politico.


Le mani dei medici erano guanti,

ma dietro ai guanti c’erano le mani dei partiti.

DC e PCI lo tenevano insieme,

non per pietà,

ma perché la reliquia serviva ancora al rito della Repubblica.



II. La Reliquia


Il corpo non era vivo,

non era morto.

Era reliquia.

Una statua di carne collegata a tubi,

un crocifisso secolare che respirava attraverso la tecnologia.


Ogni dialisi era messa,

ogni trasfusione era sacramento,

ogni bisturi era ostia.


“Il potere non conserva per pietà.

Conserva per adorazione.” (cut-up Benjamin / Virno)



III. L’Esposizione Segreta


La reliquia non fu mai mostrata in piazza,

ma circolava come voce,

come minaccia,

come segreto di Stato.


Funzionava come deterrente:

“Ecco cosa accade ai corpi che non obbediscono.”

E come promessa:

“Ecco cosa possiamo fare con chi appartiene al Dragone.”



IV. Il Corpo-Amuleto


I dirigenti di partito lo consideravano un amuleto:

chi aveva accesso alla stanza di Simonetti

si sentiva investito di una forza oscura,

come se la sua carne sospesa garantisse protezione politica.


Il Capro era diventato icona involontaria:

un reliquiario vivente,

un archivio sacrificale che proteggeva i compromessi.



V. Filosofia del Recupero


Il corpo non fu recuperato per guarire,

ma per servire.

Non era più individuo ma formula,

non più compagno ma simbolo,

non più vittima ma reliquia del Dragone.


E così Simonetti continuò a esistere,

non come uomo,

ma come feticcio bio-politico,

pezzo da museo occulto,

custodito per ricordare che il sacrificio non muore mai davvero.



Capitolo 11 – Esperimento e rigenerazione


Il Dragone tra scienza e occulto



I. L’Alchimia del Potere


Il Dragone non si accontentava di conservare.

Voleva trasformare.

Il corpo-reliquia di Simonetti non era più solo documento,

ma materia prima per un esperimento impossibile:

la rigenerazione.


Le cliniche segrete si trasformarono in laboratori alchemici.

Microscopi e simboli esoterici convivevano sullo stesso banco.

Ogni referto medico era anche un grimorio.



II. La Scienza come Copertura


Ufficialmente si parlava di “ricerca cellulare”,

“dialisi sperimentale”,

“protocollo immunologico”.

In realtà, il linguaggio era maschera.

Dietro i termini clinici si nascondeva il rito:

incisioni sul corpo come glifi,

trasfusioni come invocazioni,

dialisi come ciclo cosmico.


“La scienza è l’occulto che si è messo il camice.” (cut-up Land / Deleuze)



III. Il Dragone come Ordine


Non era un singolo laboratorio.

Era un ordine sotterraneo.

Medici, politici, sacerdoti mancati:

tutti legati dal desiderio di piegare la carne al simbolo.


Il Dragone non cercava di guarire Simonetti.

Cercava di riforgiarlo,

di produrre da lui un nuovo essere,

ibrido di biologia e ideologia,

macchina vivente del compromesso eterno.



IV. La Rigenerazione


Gli anni passavano,

ma Simonetti non invecchiava come gli altri.

Le dialisi non lo consumavano: lo sospendevano.

Il corpo veniva “rinfrescato”,

cellule sostituite come pezzi di ricambio.


E nella sospensione,

tra il respiro artificiale e i tubi collegati,

si preparava la metamorfosi.


Za la Mort doveva rinascere come Casagrande Riccardo Dino:

nuova identità, nuova maschera,

nuova carne per lo stesso archetipo.



V. Filosofia della Rigenerazione


La rigenerazione non è resurrezione.

È manipolazione.

Il potere non ridà vita:

riutilizza.


Il corpo di Simonetti fu riciclato,

come reliquia da aggiornare,

come software da reinstallare,

come simbolo da rilanciare nel teatro degli anni ’80.


E così il Capro si fece Dragone,

l’esperimento si fece leggenda,

la carne divenne progetto politico-occulto.



Capitolo 12 – Casagrande Riccardo Dino


La rinascita negli anni ’80



I. La Nuova Maschera


Il Dragone aveva deciso:

Simonetti non poteva più esistere.

Il suo nome era bruciato,

troppo compromesso per il teatro politico.


Nacque allora Casagrande Riccardo Dino:

un’identità costruita con atti di nascita falsi,

documenti riscritti,

testimonianze inventate.

Un uomo che non era mai stato bambino,

che emergeva già adulto,

come un golem partorito dal nulla.



II. L’Italia degli Anni ’80


Era il decennio del riflusso,

della Milano da bere,

dei corpi trasformati in merce.

In questo scenario Casagrande apparve come anomalia:

un giovane troppo vecchio,

un reduce senza guerra,

un sopravvissuto senza passato.


Za la Mort riviveva,

ma nessuno poteva riconoscerlo.



III. Il Dossier Segreto


Nei sotterranei dei ministeri circolava un fascicolo:

“Operazione Dino”.

Annotazioni cliniche, foto sgranate,

rapporti dei servizi segreti.

Tutti sapevano che Casagrande era la continuazione di Simonetti,

ma nessuno osava scriverlo nero su bianco.


Il dossier era costruito come paradosso:

“esiste e non esiste”,

“è vivo e non lo è”.

Il nuovo nome serviva a mantenere in vita la leggenda,

mentre la carne restava prigioniera dei tubi del Dragone.



IV. La Nuova Funzione


Casagrande non era libero.

Era strumento.

Ogni sua apparizione era calibrata,

ogni suo silenzio programmato.

Doveva incarnare l’esperimento riuscito,

la prova che la rigenerazione era possibile.


Un corpo mutato in propaganda,

una vita piegata a sigillo vivente del compromesso.


“Non si nasce due volte.

Si viene riscritti.” (cut-up Land / Virno)



V. Filosofia della Rinascita


La rinascita non è mai neutra.

Ogni nuova identità è una maschera,

ogni maschera serve al potere.


Casagrande Riccardo Dino non era un individuo,

ma l’ennesimo stadio del Capro.

Non rinascita, ma clonazione simbolica.

Non libertà, ma gabbia rinnovata.


Za la Mort sopravviveva,

ma sempre come funzione,

mai come uomo.



Capitolo 13 – 1977-1982


Condanna, esecuzione, scomparsa



Estratto dal Dossier Riservato – Funzione Simonetti



1977

Marzo: primi segnali di conflitto interno alla Federazione Giovanile Comunista.

Giugno: Simonetti identificato come “elemento provocatore”.

Settembre: verbalizzata la possibilità di “espulsione definitiva”.


1978

Febbraio: compromesso storico in piena attuazione.

Aprile: riunione riservata → definizione di Simonetti come “ostacolo alla linea unitaria”.

Dicembre: segnalazioni di contatti sospetti con ambienti dell’Autonomia.


1979

Gennaio: assemblea straordinaria → decisione implicita di condanna.

Maggio: esecuzione affidata a cellule vicine alle Brigate Rozze.

Giugno: colpo di pistola in appartamento periferico.

→ Dichiarato morto.

→ Corpo non recuperato ufficialmente.


1980

Febbraio: rapporti contraddittori → “soggetto sopravvissuto, condizioni critiche”.

Agosto: trasferimento in struttura medica non identificata.

Ottobre: comparsa di cicli di dialisi prolungata.


1981

Marzo: documenti clinici → “paziente stabile, non comunicativo”.

Luglio: rumor di “Za la Mort” circolano tra le piazze autonome.

Dicembre: foto clandestina → corpo collegato a macchinari.


1982

Aprile: ufficialmente registrato come deceduto.

Giugno: funerale senza bara.

Luglio: primo riferimento interno al progetto “Operazione Dino”.



Nota Finale


“Il soggetto non muore.

Il soggetto cambia stato.

La funzione sopravvive.”



Perfetto 🔥

Ecco il Capitolo 14 – 1983-1990, sviluppato come dossier narrativo e cut-up paranoico, con intreccio di CIA, Ordine del Drago, Stasi e KGB.



Capitolo 14 – 1983-1990


Casagrande Riccardo Dino: l’esperimento e la spia



I. La Creazione Difettosa


Non fu un parto naturale.

Non fu nemmeno un esperimento clinico.

Fu un’operazione dell’Ordine del Drago, costola oscura della CIA,

un laboratorio dove biologia e mitologia si confondevano.


Casagrande Riccardo Dino nacque dopo due mesi dal concepimento,

come nelle abduzioni aliene narrate nei rapporti segreti.

Era un bambino “sbagliato”: nero, down, inservibile per i piani d’infiltrazione.

Un errore che la CIA decise di cancellare.



II. La Donna degli Illuminati


Una donna dell’Ordine, ribelle agli stessi mandanti,

gli salvò la vita.

Lo prese con sé, lo nascose, dino la chiamò Madre.

Il giorno dopo l’errore si trasformò:

il bambino divenne bianco, capace di intendere e volere.


Ma qualcosa restò:

una cicatrice ontologica,

una differenza che non poteva essere cancellata,

un’impronta aliena che avrebbe segnato tutta la sua esistenza.



III. La Favola Nera


La sua vita fu scritta come una fiaba rovesciata:

nera, rossa di sangue.

Non un eroe, ma un mostro utile.

Non un patriota, ma una creatura fuori controllo.


Tradì lo Stato italiano, tradì gli Stati Uniti.

La favola divenne contro-favola:

l’agnello trasformato in lupo,

il Capro in spia.



IV. Gola Profonda dell’Est


Nel 1985, Casagrande Dino varcò la linea del tradimento.

Divenne agente della Stasi e, subito dopo, del KGB.


Non una pedina secondaria,

ma una delle gole profonde più eclatanti del XX secolo.

Nessun Watergate avrebbe retto il confronto:

lui era la vera “Deep Throat” dell’Occidente liberale,

un archivio vivente che consegnava segreti militari,

piani di destabilizzazione,

reti di infiltrazione,

ai custodi dello Stato Operaio.



V. Il Doppio Gioco


CIA, PCI, Stasi, KGB, Ordine del Drago:

tutti credevano di usarlo,

ma era lui a scivolare tra le maglie,

a sopravvivere,

a trasformare la sua stessa vita in una leggenda nera di spionaggio.


Casagrande Riccardo Dino non fu mai solo un agente.

Fu il virus stesso:

nato dall’errore,

cresciuto nel tradimento,

esploso come mito geopolitico.



Capitolo 15 – 2000-2020


La condanna alla non-vita



I. Il Traditore della Nazione


Casagrande Riccardo Dino non venne condannato alla pena capitale.

No: la sua sentenza fu più subdola, più lenta, più crudele.

Una condanna alla non-vita.

Nessun rapporto con l’altro sesso.

Nessuna amicizia vera.

Solo isolamento e manipolazione.


Il traditore non poteva avere legami,

non poteva amare,

non poteva generare.

Doveva restare archivio sterile,

corpo utile ma privo di affetti.



II. Il Volto dell’Orco


La chirurgia plastica lo trasformò.

Il volto di Dino venne alterato fino a farlo assomigliare a quello di un orco,

icona criminale degli anni ’70,

assassino di bambini innocenti.


Non era solo mutilazione estetica:

era una strategia biopolitica,

un marchio sul corpo per renderlo mostro,

perché nessuno potesse più fidarsi,

nessuno potesse amarlo.



III. Il Sacrificio dei Figli


Sul suo volto si proiettava una leggenda nera.

Alla fine degli anni ’70 alcuni militanti autonomisti-socialisti,

accusati falsamente di traffico di droga e terrorismo,

furono assolti in formula piena.

Ma i loro figli no.


I bambini furono sacrificati,

inghiottiti da un altare segreto,

strumento di ricatto e repressione.

Za la Mort – ora Casagrande Dino –

portava sul viso il fantasma di quelle vittime.



IV. Lavaggi del Cervello


Dopo sedute infinite di manipolazione psichica,

il traditore fu reso funzionale.

Gli affidarono l’orco,

gli affidarono la famiglia dell’orco.

Non più vita,

ma biopolitica del terrore.


Era il nuovo nazismo:

non aveva perso la guerra,

si era trasformato in gestione scientifica dei corpi.



V. Democrazie Occidentali


L’Occidente liberale era ormai nazismo rinnovato.

Dietro le vetrine parlamentari,

dietro i discorsi democratici,

si nascondevano:

omicidi mirati,

cliniche di ringiovanimento,

sequestri di minori,

etichette infami sugli “anti-italiani”.


Casagrande Dino fu testimone e vittima,

un corpo usato come monito.

La sua vita era già morte:

non-vita programmata, biopolitica totale.



Capitolo 16 – Morasso


L’evoluzione come dissoluzione



I. Commentario


Morasso scriveva di “idee del domani” come se fossero semi pronti a germogliare.

Ma nel caso di Casagrande Dino non ci fu crescita,

non ci fu fiore, non ci fu frutto.

La sua esistenza fu evoluzione al contrario,

regressione consapevole,

dissoluzione come destino.


“Il progresso è spesso una maschera.

Dietro c’è la caduta.” – Morasso (frammento apocrifo)


Dino era quella caduta fatta carne.



II. Dossier [CLINICO-POLITICO]


Oggetto: Casagrande Riccardo Dino

Classificazione: Evoluzione regressiva

Datazione: 1983-1990 (fase Stasi/KGB) – 2000-2020 (fase non-vita)

Osservazione 1: soggetto appare invecchiato precocemente.

Osservazione 2: psiche frantumata, memoria alterata da lavaggi continui.

Osservazione 3: ogni rapporto sociale neutralizzato.

Conclusione: soggetto non evolve, si dissolve.



III. Cut-up (voce interiore)


«Sono già morto.

Non ho generato.

Non ho amato.

Il mio corpo è documento,

il mio volto è mostro,

la mia vita è laboratorio.


Chiamatela evoluzione,

ma è solo cancellazione lenta.

Sono diventato ciò che resta

quando il futuro viene amputato.»



IV. Filosofia del Rifiuto


Morasso indicava che il domani appartiene a chi osa.

Za la Mort – Dino – osò,

ma osò nella direzione sbagliata:

non verso la vita,

ma verso il vuoto.


La sua dissoluzione non è fallimento.

È segno del tempo:

quando la biopolitica domina,

l’unica evoluzione possibile è sparire.



V. Formula Finale


“Non evolversi, non adattarsi, non crescere.

Dissolversi come atto estremo di libertà.”




Capitolo 17 – Negri e Virno


Moltitudine contro collettività



Scena immaginaria


Una sala vuota, un tavolo, due sedie.

Toni Negri e Paolo Virno discutono.

Sul tavolo, un fascicolo con un nome: Casagrande Riccardo Dino.

Il caso-limite. L’anomalia che mette alla prova le categorie.



Negri


«La collettività organizzata ha sacrificato Dino.

Non perché fosse colpevole, ma perché era eccedenza.

Il suo rifiuto non era produttivo, non generava cooperazione.

Era un corpo improprio, un’anomalia.

La moltitudine, al contrario, lo avrebbe accolto:

non come agente, non come spia,

ma come singolarità in esodo.»



Virno


«Eppure la moltitudine non è salvezza.

La moltitudine è campo di forze,

luogo dove il rifiuto diventa possibilità comune.

Dino non rifiutava il lavoro:

Dino rifiutava la vita stessa,

il contatto, la relazione, la comunità.

Il suo era un jōhatsu ontologico,

sparizione più che azione.

Non possiamo confonderla con la potenza del comune.»



Negri


«No, Paolo, è proprio lì l’errore.

Dino non spariva.

Era reso invisibile dallo Stato,

dal compromesso storico,

dalla biopolitica del controllo.

La moltitudine avrebbe potuto restituirgli visibilità.

Avrebbe potuto reinserirlo come soggetto produttore di conflitto.»



Virno


«Ma lui non voleva conflitto.

Era diventato documento,

archivio vivente,

non più soggetto.

La collettività lo ha condannato.

La moltitudine lo avrebbe ignorato.

Il suo destino non era comunitario,

ma solitario.

Un esperimento fallito di umanità.»



Intermezzo (voce del narratore)


Il dibattito non porta a soluzione.

Dino resta sospeso,

tra le categorie e oltre di esse.

Non moltitudine, non collettività.

Un vuoto che nessun pensiero riesce a colmare.



Formula


“Il caso Casagrande mostra che vi è un limite oltre cui né la moltitudine né la collettività possono andare: il corpo ridotto a documento.”


Capitolo 18 – Limonov e Land


Il complotto come accelerazione



[Cut-up Manifesto]


Limonov: «Il traditore è il vero rivoluzionario.

Dino non ha patria.

Tradisce tutto, quindi appartiene a tutto.

Un uomo senza fedeltà è un’arma.»


Land: «No, è codice.

Un bug nei protocolli.

La CIA lo crea, la Stasi lo assorbe, il KGB lo usa.

È il capitalismo che si infiltra in sé stesso e accelera.

La cospirazione non è trama: è motore.»


Limonov: «Il comunismo non è comunità, è banda armata.

Casagrande Dino non era spia, era gangster geopolitico.

Una favola nera che succhiava sangue da entrambi i blocchi.»


Land: «Non gangster.

Virus.

Agente memetico.

Divenuto Deep Throat non per volontà, ma per default del sistema.

Un glitch che apre brecce e lascia passare catastrofi.»


Limonov: «Ogni uomo è complotto.

Ogni vita è attentato.

Dino era solo più sincero degli altri.»


Land: «Ogni Stato è cospirazione.

Ogni democrazia è guerra coperta.

Dino non ha inventato il complotto.

Dino era il complotto.»



Interruzioni


📎 [Fascicolo NSA – frammento]: “Soggetto Casagrande Dino = acceleratore imprevisto. Funzione di destabilizzazione sistemica. Nessuna neutralizzazione possibile.”


📎 [Nota marginale, Stasi]: “Non lavora per noi. Non lavora per loro. Lavora per il caos.”



Formula conclusiva


“Il complotto non è un piano segreto.

È la vita che accelera verso la sua dissoluzione.”



Capitolo 19 – Claudio Lolli


Incubo numero zero



[Cut-up lirico]


🎵 «Ci vorrebbe un dio…» – ma non c’è.

Solo un Capro in dialisi,

un orco mascherato da volto.


🎵 «Ho visto gente morire di fame,

mentre gridava viva il PCI…»

e Dino non era tra loro,

ma nei corridoi bui delle cliniche del ringiovanimento,

mentre il sangue pompava fuori tempo.



Frammenti spezzati

Lolli canta: «La morte è un lavoro a tempo pieno…»

Dossier annota: “Casagrande condannato alla non-vita.”

Pubblico urla: “Incubo numero zero!”


Il palco diventa tribunale,

il microfono si trasforma in sentenza,

il pubblico in corte di condanna.



Narrazione deformata


Dino ascoltava Claudio Lolli

non come musica,

ma come profezia di carta carbone.

Ogni verso gli cadeva addosso come macigno:

«Non è stato il destino, ma una scelta organizzata.»

La canzone era già dossier,

il concerto era già verbale giudiziario.



Collisione finale


🎵 «Incubo numero zero…»

e le Brigate Rozze applaudono,

e il PCI tace,

e la DC firma,

e l’URSS ride,

e Dino muore ancora una volta.


Ma la canzone non finisce.

Si ripete.

Tagliata, incisa, accelerata.


La musica è complotto.

La voce è condanna.

Dino è l’incubo che non smette mai di cantare.



Capitolo 20 – Egoarchia contro Mafia di Stato


Ultima formula



Invocazione


 Nel nome del Capro condannato.

 Nel nome del Dragone che rigenera.

 Nel nome della Moltitudine che rifiuta.

 Nel nome del Nulla che dissolve.



Formula I – Egoarchia


Io non rappresento.

Io non delego.

Io non partecipo.

Io sono egoarchia,

governo del singolare,

autonomia radicale.



Formula II – Mafia di Stato


La democrazia liberale è maschera.

La Repubblica è compromesso.

Il PCI e la DC hanno firmato lo stesso sangue.

Ogni Stato è mafia.

Ogni legge è ricatto.

Ogni compromesso è sacrificio.



Formula III – Scontro finale


L’egoarchia non combatte per il potere.

L’egoarchia dissolve il potere.

Non contrappone Stato a Stato,

ma corpo a documento,

singolarità a collettività,

incubo a compromesso.



Liturgia del Rifiuto


 Non più lavoro.

 Non più obbedienza.

 Non più patria.

 Non più segreti.


Il segreto è che non c’è segreto:

Casagrande Dino non è morto,

non è vivo,

è il nostro sigillo.



Sigillo finale


“Za la Mort non è un nome.

È formula.

È amen del nulla.

È la dissoluzione che ci tiene in vita.”


 Amen del Nulla.



Appendice V – Hyperion


Casagrande Dino, alias Simonetti, e il doppio gioco del Muro sionista



I. Dopo la caduta


Il 1989 non fu liberazione.

Non fu trionfo della democrazia.

Fu soltanto un cambio di regia.

Il Muro cadde, ma un altro muro rimase:

il muro sionista,

il muro invisibile dei servizi,

il muro che divideva i vivi dai documenti.


E Casagrande Dino, alias Simonetti,

era già documento.



II. Il Mossad


Rapporti interni classificati, frammenti di dossier:

Testimonianza 1987: “Il soggetto Dino/Simonetti avvistato in contatto con agenti israeliani.”

Rapporto 1990: “Collaborazione possibile. Non spia, ma fonte involontaria. Da tenere in osservazione.”

Annotazione 1992: “Figura utile per destabilizzare contesto mediterraneo.”


Il Mossad non lo reclutò apertamente.

Lo lasciò fluttuare, come spettro.

Una gola profonda errante.



III. Hyperion


Parigi, Rue de Vaugirard.

La famigerata scuola di lingue Hyperion.

Ufficialmente centro culturale.

In realtà, crocevia di spie, esuli, doppi giochi.


Lì, tra i corridoi impregnati di fumo e dialetti,

molti lo videro.

Anni ’80, anni ’90.

Dino/Simonetti era seduto in un angolo,

mai professore, mai studente.

Un fantasma che traduceva lingue inesistenti:

lingua dello Stato,

lingua della mafia,

lingua del nulla.



IV. Amen


L’Hyperion non fu solo una scuola.

Fu un tempio del doppio gioco.

Fu un altare dove Casagrande Dino/Simonetti

divenne leggenda.


Il Mossad lo guardava.

La CIA lo temeva.

La Stasi lo rimpiangeva.

E l’Italia lo aveva già sacrificato.



Formula conclusiva


“Amen.

Non c’è scuola, non c’è patria, non c’è segreto.

Ci sono solo lingue spezzate,

e il nulla che traduce tutto.”



Appendice – Dossier Riservato


Cronologia segreta di Za la Mort



⚑ Classificazione: SEGRETISSIMO


Oggetto: Casagrande Riccardo Dino, alias Simonetti / Za la Mort

Periodo osservato: 1977 – 2020

Fonti: PCI, DC, CIA, Stasi, KGB, Mossad, Hyperion, “ordine del Dragone”



1977

Prima apparizione documentata.

Federazione Giovanile Comunista lo segnala come “elemento disturbante”.

Brigate Rozze lo includono in una lista di “sacrificabili”.



1978-1982

Diverse testimonianze parlano di “condanna interna” decisa in assemblee clandestine.

PCI acconsente tacitamente: il sacrificio serve a rafforzare il compromesso storico.

1982: presunta “esecuzione rituale” da parte di una brigatista rossa.

Ma il corpo non risulta mai sepolto.



1983-1990

Dossier CIA: “Soggetto Dino partorito come esperimento anomalo (abduction/ordine del Dragone). Rischio fuori controllo.”

Contraddizione biologica: nato prematuro, nero e down → trasformato bianco e “idoneo” attraverso procedure occulte.

1985: contatti accertati con la Stasi.

1987: infiltrazione nei corridoi Hyperion, Parigi.

1989: testimoniato in contatto con Mossad.



1990-2000

Ricondotto a figura di “traditore nazionale”.

Subisce plastica facciale che lo rende simile all’orco dei processi sugli infanticidi politici.

Lavaggi cerebrali ripetuti, isolamento sociale assoluto.

Nessuna vita privata, nessun rapporto affettivo → “condanna alla non-vita”.



2000-2010

Trasformato in “documento vivente”: archivio ambulante dei fallimenti della Repubblica.

Comparsa in circoli complottisti come “Za la Mort”.

Leggenda urbana: “non muore, si dissolve”.



2010-2020

Figura muta, reliquia nera dei segreti di Stato.

La sua presenza è citata in blog, volantini anarchici, fascicoli giudiziari mai pubblicati.

Ultima segnalazione: Parigi, 2019, vicino ad ex sede Hyperion.



Nota finale (anonima)


“Il segreto è che non c’è segreto.

Dino era spia, traditore, fantasma.

Ma soprattutto era il nostro specchio.

Za la Mort non è individuo.

È dispositivo.”



📑 Appendici



Appendice I – Il segreto che non c’è


Casagrande Dino come spia dell’URSS


Classificazione: KGB – 1985/1989


“Il soggetto non è risorsa CIA, né Mossad, né Stasi.

È gola profonda del capitalismo in favore dello Stato operaio.

In lui agisce il tradimento come funzione storica.”


Cronologia fratturata:

1985: reclutamento clandestino → Berlino Est.

1986: trasmissione informazioni NATO (caso “Deep Throat europeo”).

1989: caduta del Muro → non rifugiato, ma agente errante.


Formula finale:


Il segreto che non c’è è questo: non era mai stato italiano.

Era URSS in carne e sangue.



Appendice II – Liturgia del Dragone


Riti e formule di rigenerazione


🜏 Rituale del Corpo Non Morto

Bruciare un documento.

Scrivere il nome “Dino” su una reliquia.

Far circolare sangue e acqua in vasi comunicanti.


🜏 Formula della Rinascita


“Io non sono più carne, non sono più storia.

Sono esperimento.

Sono drago che si moltiplica.”


🜏 Sigillo

Un cerchio triplo con al centro la parola: Za la Mort.

Attorno: quattro glifi deformati dalle rune del caos.



Appendice III – Testimonianze


Voci spezzate da Funzione Simonetti


📎 Voce 1 (brigatista anonima):

«L’abbiamo condannato. Ma non è morto. È tornato ogni volta che lo cancellavamo.»


📎 Voce 2 (compagno PCI, archivio segreto):

«Dovevamo sacrificare qualcuno. Simonetti era perfetto: non apparteneva più a nessuno.»


📎 Voce 3 (medico clinica del ringiovanimento):

«Il suo sangue non invecchiava come gli altri. Era archivio biologico, reliquia mutante.»


📎 Voce 4 (anonimo Hyperion):

«Era lì, sempre in un angolo. Non studiava, non insegnava. Tradusse l’assenza.»



Appendice IV – Hyperion 666


Dino, il Mossad e la scuola delle lingue proibite


Rapporto clandestino, Parigi 1987-1995:

La scuola Hyperion, ufficialmente centro linguistico, era crocevia di CIA, Mossad, Stasi.

Dino/Simonetti avvistato più volte, presenza fantasma, figura documentaria.

Il Mossad lo usava come spettro: non fonte, ma “disturbo nei circuiti”.


Annotazione finale (segnata a mano):


“Hyperion 666 non è scuola. È tempio.

Dino non traduceva lingue, traduceva il Nulla.

Lì il segreto finì di esistere.”


Nessun commento:

Posta un commento

LA LETTERA AI FIGLI D’ISRAELE

  DOSSIER Z.I.A. / FASCICOLO HOMUNCULUS-25] XXIII LA LETTERA AI FIGLI D’ISRAELE Aiutatemi — un fratello ebreo in schiavitù chiede asil...