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Recensione – L’ultimo Vangelo come segno della debolezza
(a cura di Gianni Vattimo)
Introduzione
La Process Church of the Final Judgment può apparire, a prima vista, come una bizzarria settaria degli anni Sessanta. Tuttavia, se la leggiamo al di là del folklore esoterico e delle accuse giornalistiche, essa si rivela come un documento esemplare del destino del pensiero religioso nella postmodernità.
1. Fine della metafisica e dissoluzione dei fondamenti
La fusione di Cristo, Satana, Lucifero e Gesù in un unico “vangelo apocalittico” segna la fine della metafisica del Bene e del Male.
Non vi è più un Dio forte che salva e un Nemico che condanna, ma una scena teatrale in cui gli opposti coabitano.
Come scrivevo in Il pensiero debole (1983):
“Il venir meno delle grandi strutture metafisiche non è catastrofe, ma liberazione: il pensiero si apre alla pluralità dei sensi, senza pretendere più di fondarli in un principio ultimo.”
La Process è espressione di questa liberazione: dissoluzione di fondamenti, proliferazione di interpretazioni.
2. Religione come narrazione debole
Il Giudizio Finale, nella tradizione cristiana, era un evento forte, inappellabile. Nella Process, invece, esso diventa linguaggio, performance, cut-up. Non vi è più verità unica, ma molteplicità narrativa.
In Credere di credere (1996) scrivevo:
“La fede, oggi, non può più esprimersi come possesso della verità, ma come interpretazione, come testimonianza debole che accetta la sua storicità.”
Allo stesso modo, la Process non pretende di possedere la verità: mostra piuttosto la teatralità della fede, la sua natura di costruzione fragile, contaminata.
3. Apophis come simbolo del postmoderno
Il serpente Apophis, figura del caos e della dissoluzione, diventa nella Process il vero protagonista: colui che divora Bene e Male, ordine e disordine.
Apophis non è il nemico di Dio, ma il segno che la metafisica è finita. È il simbolo di un mondo che ha perso i fondamenti forti e vive solo nella precarietà delle interpretazioni.
4. Carità interpretativa
La Process non ci chiede adesione, ma ascolto. Anche nello scandalo, essa testimonia la condizione del religioso nella tarda modernità.
Il suo messaggio può essere accolto, con quella che io ho definito carità interpretativa:
“Un atteggiamento che non consiste nel relativismo, ma nella disponibilità ad accogliere l’altro come altro, senza la pretesa di ridurlo a verità assoluta” (Oltre l’interpretazione, 1994).
Conclusione
La Process Church of the Final Judgment non va liquidata come follia o satanismo. È piuttosto un simbolo estremo del pensiero debole:
- non vi è più un Giudizio finale,
- non vi è più una Verità unica,
- resta solo il gioco delle interpretazioni, la pluralità delle narrazioni, la carità di ascoltarle.
Ecco perché questo “ultimo vangelo” non è scandalo pericoloso, ma testimonianza del nostro tempo: un tempo in cui credere significa, come scrivevo, “credere di credere”.
Thee Process is Thee Produckt – Una lettura eretico-accademica della Process Church secondo Genesis P-Orridge
Introduzione
La Process Church of the Final Judgment non è stata soltanto una delle più enigmatiche formazioni religiose degli anni Sessanta e Settanta. È divenuta, negli anni successivi, un archetipo mutante, capace di influenzare non solo il giornalismo paranoico (Maury Terry), ma anche la teoria politica (Sorel, Negri, Deleuze) e la controcultura artistico-esoterica (Genesis Breyer P-Orridge).
L’interpretazione p-orridgiana si colloca precisamente in questo crocevia: non religione, non cospirazione, ma processo.
1. Manuale di sabotaggio del controllo
Genesis P-Orridge dichiarava di utilizzare i testi processiani come “manuale operativo” contro i meccanismi del controllo sociale e psicologico¹.
Questa funzione oracolare della Process avvicina i suoi documenti a ciò che Deleuze chiamava macchine astratte: dispositivi che non spiegano il reale, ma lo deformano e lo reinventano².
2. Immersione totale come dissoluzione identitaria
La Process non domandava semplice fede, ma immersione totale: rinuncia economica, abbandono psicologico, perdita del sé.
Per P-Orridge, questo fu l’aspetto più affascinante: l’azzardo di una trasformazione radicale, che anticipa ciò che Negri definirà potenza costituente della moltitudine³.
Non è più il soggetto a comandare, ma il processo collettivo di mutazione.
3. Thee Process is Thee Produckt
Il motto p-orridgiano, “Thee Process is Thee Produckt”⁴, sintetizza questa prospettiva:
- la fede non è contenuto, ma procedimento;
- la chiesa non è istituzione, ma performance collettiva;
- il giudizio non è fine, ma continua mutazione.
In questa formula, P-Orridge riattualizza l’intuizione soreliana del mito della violenza: il mito non è vero né falso, è efficace⁵.
4. Dal culto alla tribù
Se la Process Church si presentava come Chiesa (comunità chiusa, gerarchica), il Temple ov Psychick Youth (TOPY) si riformulò come tribù rizomatica:
- non rinuncia economica, ma scambio di desiderio;
- non comunità isolata, ma rete di immagini e fluidi.
È il passaggio dalla disciplina (chiesa) al controllo (rete), tipico della transizione descritta da Deleuze nelle Post-scriptum sur les sociétés de contrôle².
5. Tre letture divergenti della Process
- Maury Terry (1987): paranoia americana, la Process come Spectre satanica responsabile di delitti rituali⁶.
- Walter Simonetti (anni 2000): anarchismo soreliano, la Process come arsenale mitico per sabotatori politici⁷.
- Genesis P-Orridge (anni 1980–2000): controcultura esoterica, la Process come prototipo di tribù mutante, precursore del TOPY.
Tre destini differenti: controllo, mito, tribù.
Conclusione
La Process Church aveva annunciato il Giudizio Finale.
Genesis P-Orridge lo trasforma in processo permanente, in cut-up continuo:
- non Dio, ma procedimento;
- non fede, ma immersione;
- non fine, ma mutazione.
Così, la Process sopravvive non come setta, ma come Apophis culturale: serpente che divora identità e restituisce frammenti tribali, come “produckt”.
Note
- G. B. P-Orridge, Thee Psychick Bible, Londra, 2009, p. 214 .
- G. Deleuze, Post-scriptum sur les sociétés de contrôle, in L’Autre Journal, n. 1, 1990.
- T. Negri, Il potere costituente, Milano, 1992.
- G. B. P-Orridge, Thee Psychick Bible, p. 233 .
- G. Sorel, Riflessioni sulla violenza, Milano, 1908.
- M. Terry, The Ultimate Evil, New York, 1987.
- W. Simonetti, L’agente provocatore, manoscritto inedito, 2005.
Bibliografia minima
- Caraco, A., Breviario del Caos, Parigi, 1982.
- Deleuze, G., Post-scriptum sur les sociétés de contrôle, Parigi, 1990.
- Negri, T., Il potere costituente, Milano, 1992.
- P-Orridge, G. B., Thee Psychick Bible, Londra, 2009.
- Simonetti, W., L’agente provocatore, inedito, 2005.
- Sorel, G., Riflessioni sulla violenza, Milano, 1908.
- Terry, M., The Ultimate Evil, New York,
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * [ The Process Church of the Final Judgment] * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * [ L’ultimo vangelo di Aphosis ]
Introduzione
Introduzione – Walter Simonetti, l’ultimo processiano
di Massimo Introvigne
La storia delle nuove religioni è costellata di figure minori, spesso trascurate dagli storici, ma decisive nella loro capacità di incarnare, con esiti imprevedibili, le tensioni di un’epoca. Una di queste figure è Walter Simonetti, che possiamo definire senza timore di esagerazione “l’ultimo processiano”.
Con il termine “processiano” non intendo semplicemente un aderente alla Process Church of the Final Judgment, la controversa comunità fondata a Londra negli anni Sessanta da Mary Ann MacLean e Robert de Grimston, poi attiva tra Europa e Stati Uniti. La Chiesa del Processo è nota per la sua teologia radicale, che fondeva in un unico pantheon Cristo e Satana, Gesù e Lucifero, non come antitesi, ma come poli dialettici di un’unica rivelazione apocalittica.
Simonetti, però, non fu mai membro diretto della Process. Egli ne divenne piuttosto un epigono anomalo, un eretico parallelo, che riprese la grammatica processiana – l’idea del Giudizio come intersezione di bene e male, la dialettica dei quattro volti divini – e la trasportò nel cuore delle fratture politiche e culturali dell’Italia degli anni Settanta.
Se i testi originali della Process Church erano intrisi di toni apocalittici, Simonetti li reinterpretò come manuali di sabotaggio ontologico. Laddove i processiani parlavano di fine imminente, Simonetti leggeva nel linguaggio del cut-up e dell’“agente provocatore” la possibilità di destabilizzare non solo le istituzioni politiche, ma le stesse strutture metafisiche della società.
Per questo possiamo definirlo l’ultimo processiano:
· non tanto perché continuava la tradizione della setta londinese,
· ma perché ne radicalizzava la funzione, trasformandola in dispositivo operativo di anarchia metafisica.
Mentre la Process Church declinava e si spegneva nelle trasformazioni successive (la Foundation Church, le derive new age, fino alle metamorfosi in movimenti animalisti), Simonetti rimaneva come relitto e testimone di quella stagione, riplasmando i testi processiani in un contesto radicalmente altro.
La sua figura, oggi quasi dimenticata, si presta a una doppia lettura:
· da un lato, come ultimo eco della Process Church,
· dall’altro, come anticipatore di una teologia politica del sabotaggio che avrebbe trovato spazio nelle correnti più sotterranee dell’accelerazionismo contemporaneo.
Simonetti non era un leader né un profeta. Era piuttosto – e qui risiede la sua unicità – un processiano senza chiesa, un apocalittico senza comunità, un credente che trasformava il dogma in detonatore.
In lui, il linguaggio processiano non sopravvive come religione, ma come archivio di frammenti, pronto a esplodere nei contesti più inaspettati: dalla militanza politica deviata alla riflessione filosofica radicale, fino alla riscrittura eretica dei vangeli come ultimo vangelo di Apophis.
Studiare Simonetti significa dunque comprendere non soltanto un individuo, ma il destino stesso delle nuove religioni: la loro capacità di mutare, di dissolversi e di riemergere, non come istituzioni, ma come virus culturali pronti a infettare nuove generazioni.
È in questo senso che Walter Simonetti merita il titolo di ultimo processiano: non custode di una dottrina, ma sabotatore dell’apocalisse.
Prefazione – L’Apocalisse come Macchina
(alla maniera di Deleuze & Negri)
L’opera che segue non è un testo religioso, né un catechismo, né un semplice documento settario. È un diagramma di forze, un piano di consistenza apocalittico. La Process Church non ha fondato una fede, ha costruito una macchina: un assemblaggio di Cristo e Satana, di Gesù e Lucifero, di amore e odio, di pace e guerra.
Questa macchina non produce salvezza, ma intensità. Ogni parola è una soglia, ogni dogma è un taglio. Non ci sono opposizioni dialettiche: c’è solo un campo di flussi che scorrono e si combattono, come correnti elettriche che si incontrano e si respingono.
La Process annuncia il Giudizio, ma in realtà anticipa qualcosa di diverso: una Terza Guerra Mondiale del desiderio. Non la guerra tra Stati, ma quella tra forze molecolari: i corpi, i linguaggi, le comunità che si disgregano e si riformano in un teatro di conflitto permanente.
È qui che il discorso diventa politico. Perché la Process
dissolve le categorie della teologia classica nello stesso modo in cui la
moltitudine dissolve le forme dello Stato: producendo un piano di immanenza, un
campo aperto di insubordinazione.
Il giudizio non viene dall’alto: è la moltitudine stessa che giudica,
attraverso la sua potenza di creare e distruggere.
Cristo, Satana, Lucifero, Gesù: non nomi di divinità, ma funzioni diagrammatiche.
· Cristo = la macchina della Legge che brucia se stessa.
· Satana = la potenza negativa che accelera il collasso.
· Lucifero = il desiderio di conoscenza che sabota la verità.
· Gesù = la carne che soffre e resiste.
La Process Church ci mostra come queste figure non si escludano, ma si intreccino in un unico rizoma apocalittico, un campo di battaglia che è allo stesso tempo piano di liberazione.
La sua eresia non è un errore, ma un atto politico. Dissacrare, unire i contrari, proclamare che Bene e Male sono facce dello stesso Giudizio: tutto questo è gesto di sovversione ontologica.
In un’epoca in cui la religione viene continuamente recuperata dal potere come strumento di controllo, la Process ne fa un’arma contro il potere stesso: non chiesa, ma macchina desiderante di apocalisse.
Ecco perché leggere oggi questo “ultimo vangelo” significa incontrare non solo una setta del passato, ma un dispositivo del futuro:
· un manuale di insubordinazione,
· una liturgia del desiderio,
· un annuncio che il Giudizio non viene dall’alto, ma dal basso, dai corpi che insorgono, dalla moltitudine che non si lascia più governare.
La Process Church non ci offre salvezza: ci offre l’arma
del caos.
Ed è forse proprio questo l’unico vangelo possibile nell’epoca dell’Impero
globale.
(The Process Church of the Final Judgement)
INTRODUZIONE
Quello che leggerete nelle pagine seguenti è stato scritto da
Robert de Grimston, fondatore della The Process – Church of
the Final Judgement. È stato scritto in un periodo di quasi due
anni, originariamente per i Fratelli interni della The Process (da
qui il termine “BI” – Brethren Information, cioè
Informazioni per i Fratelli). Alcuni dei primi BI mostreranno la
durezza della strada che noi della The Process intrapendemmo.
Sapevamo che sarebbe stata dura. Nessuno di noi aveva
illusioni al riguardo, poiché tutti, come esseri umani, eravamo
già scesi molto in basso dal nostro originario punto di purezza.
Allo stesso tempo sapevamo che c‘era un limite di tempo alla
parte più dura del viaggio, un limite al dolore e alla negatività
che avremmo dovuto affrontare per completare la nostra – per
mancanza di parola migliore – espiazione.
Se voi, lettori, seguirete i nostri progressi attraverso questo
libro, vedrete il punto in cui avviene l‘inizio della svolta.
Vedrete la svolta stessa. E vedrete ciò che si trova dall‘altra
parte della svolta.
Dal senso di fallimento alla conoscenza del successo; dalle
catene della morte e di tutto ciò che la morte rappresenta, alla
certezza della vita e di tutto ciò che accompagna quella
certezza: la gioia, il divertimento, la forza e la fiducia, e ogni23altro sentimento di positività che fa parte della certezza della
vita e dell‘amore.
Ciò che è contenuto in questo libro è parte integrante della
nostra progressione. È la consapevolezza degli Dei canalizzata
da Robert de Grimston, che ci ha dato il permesso di pubblicare
il suo lavoro.
I BI che abbiamo scelto di includere sono quelli che riteniamo
più immediatamente applicabili per coloro che si sentono
intrappolati nel gioco umano del conflitto, dell‘insoddisfazione
e della disillusione; quel gioco umano, dalle miserie del quale
noi della The Process, per esperienza personale, sappiamo:
C’È UNA VIA D’USCITA.
Prefazione – L’Apocalisse come Macchina
(alla maniera di Deleuze & Negri)
L’opera che segue non è un testo religioso, né un catechismo, né un semplice documento settario. È un diagramma di forze, un piano di consistenza apocalittico. La Process Church non ha fondato una fede, ha costruito una macchina: un assemblaggio di Cristo e Satana, di Gesù e Lucifero, di amore e odio, di pace e guerra.
Questa macchina non produce salvezza, ma intensità. Ogni parola è una soglia, ogni dogma è un taglio. Non ci sono opposizioni dialettiche: c’è solo un campo di flussi che scorrono e si combattono, come correnti elettriche che si incontrano e si respingono.
La Process annuncia il Giudizio, ma in realtà anticipa qualcosa di diverso: una Terza Guerra Mondiale del desiderio. Non la guerra tra Stati, ma quella tra forze molecolari: i corpi, i linguaggi, le comunità che si disgregano e si riformano in un teatro di conflitto permanente.
È qui che il discorso diventa politico. Perché la Process
dissolve le categorie della teologia classica nello stesso modo in cui la
moltitudine dissolve le forme dello Stato: producendo un piano di immanenza, un
campo aperto di insubordinazione.
Il giudizio non viene dall’alto: è la moltitudine stessa che giudica,
attraverso la sua potenza di creare e distruggere.
Cristo, Satana, Lucifero, Gesù: non nomi di divinità, ma funzioni diagrammatiche.
· Cristo = la macchina della Legge che brucia se stessa.
· Satana = la potenza negativa che accelera il collasso.
· Lucifero = il desiderio di conoscenza che sabota la verità.
· Gesù = la carne che soffre e resiste.
La Process Church ci mostra come queste figure non si escludano, ma si intreccino in un unico rizoma apocalittico, un campo di battaglia che è allo stesso tempo piano di liberazione.
La sua eresia non è un errore, ma un atto politico. Dissacrare, unire i contrari, proclamare che Bene e Male sono facce dello stesso Giudizio: tutto questo è gesto di sovversione ontologica.
In un’epoca in cui la religione viene continuamente recuperata dal potere come strumento di controllo, la Process ne fa un’arma contro il potere stesso: non chiesa, ma macchina desiderante di apocalisse.
Ecco perché leggere oggi questo “ultimo vangelo” significa incontrare non solo una setta del passato, ma un dispositivo del futuro:
· un manuale di insubordinazione,
· una liturgia del desiderio,
· un annuncio che il Giudizio non viene dall’alto, ma dal basso, dai corpi che insorgono, dalla moltitudine che non si lascia più governare.
La Process Church non ci offre salvezza: ci offre l’arma
del caos.
Ed è forse proprio questo l’unico vangelo possibile nell’epoca dell’Impero
globale.

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